Corso di Psicanalisi 2004-2005
Lo spaesamento e il testimone
La dinamica della psicanalisi
Lezione 26
Le stanze ospitali dei ghiacciai
18 maggio 2005
La poesia non scade nel sentimentalismo
solo quando ha la grazia di lasciar essere
l'impossibile, il naufragio:
vale a dire la finitezza (Rescio).
La psicanalisi non può essere triste, ho scritto. Avevo aggiunto: lo è già abbastanza il sintomo. Solo questa
è la ragione.
Ma la psicanalisi è fatta dagli uomini. Agli uomini accade di essere tristi anche se amano la
psicanalisi. Non vi sono amori che riparano dalla tristezza. Di contro, essi la provocano, con ostinazione
pari alla gioia. E' la questione del dolore. Di cui so che mercoledì scorso sulla soglia, sul portone di
questa casa, ha intrattenuto qualcuno tra voi. In effetti certi tratti del domandare urgono solo sulla soglia.
Niente come l'analisi o gli amori rimanda parole, come lettere inevase, su questa domanda: come essere tristi?
Come provare dolore? Se non possediamo una tecnica di questo domandare, e non la possediamo, si dà l'occasione
di lasciarlo lavorare ancor più. Allora la domanda, come tutte, si trasforma, e lo fa per esempio così: come
differenziarsi dal dolore del sintomo?
In psicanalisi, da anni propongo una linea portante, albero genealogico o fil rouge, per un
concezione che non sia del mondo, ma critica come stile. Un asse che nel suo incedere non ceda a compromessi
con il sintomo nelle sue varie manifestazioni, essendo ciò che chiamiamo sintomo niente altro che il molteplice
manifestarsi di un non voler sapere dell'esistenza stessa, segnata dalla finitudine - come scrive Rescio -,
o da un domandare inesausto, come propongo.
Freud e Lacan segnano questo tracciato, seguiti nel tempo da Aldo Rescio, mio maestro e amico
che domenica scorsa è andato via, a cercare casa su qualche altro pianeta. A lui dobbiamo forse l'unico
riassetto originale di tratti portanti del lavoro di Freud e Lacan, che non abbia pagato in alcun modo
tributi al sistema ideazionale dominante e a ciò che all'interno di tale sistema è stato perpetrato in quanto
riduzione ad hoc della stessa psicanalisi.
La psicanalisi critica deve a questi tre nomi la sua stessa esistenza. Molto più che ad
altri autori pure rilevanti - Klein, Winnicott, Bion, per citarli -, i quali, nonostante sui loro nomi si
appunti sfortunatamente la rivendicazione di annessione da parte della psicanalisi ortodossa, hanno lasciato
scampoli che, qualora ben lavorati, possono fornire contributi importanti. Ne sono esempi a disposizione sia
i due paragrafi dedicati alle posizioni kleiniane ne L'incertezza delle voci, sia le fattezze nuove
che assume il coniglio una volta libero di aggirarsi nella critica delle transizioni e dei loro oggetti.
Come soffrire? L'anno in cui abbiamo lavorato sul male, abbiamo incontrato la
posizione di Elias Canetti, uno dei tratti più dolorosi della vita assoggettata al sistema ideazionale
in cui viviamo è che anche il dolore è sintomatico. Questi umani non sanno neppure più patire. Ma come,
allora vi sarebbe un modo del dolore che richiederebbe, per così dire, una certa arte? Il dolore non è
solo dolore, il male non è soltanto male? Non è una pietra, non è senza storia né anima né poesia? Sì, se
a soffrire sono le pietre. Ma se sono degli umani abbiamo motivo di sospettare che essendo costoro indotti
e dedotti dalle parole, anche il loro dolore come ogni forma dei loro stati e dei loro animi sia suscettibile
di uno stile. Che ne è di questo stile non tecnico della sofferenza? E poi, si potrebbe domandare: anche se si
imparasse a essere addolorato in modo stilistico, ciò non toglierebbe il dolore, e allora perché? Siamo con
ciò all'ultimo incrocio quest'anno tra lo spaesamento e la testimonianza. Come si testimonia dello spaesante
in un modo non sintomatico? Chi e quale esperienza dovrebbe dircelo, se non l'analisi? Che succede
in analisi riguardo al dolore? Cosa ne viene fatto, se non è un oggetto, ovvero qualcosa di riducibile a una forma di salvezza, chimica o meno?
Sono passati diversi anni da questo articolo, si tratta del numero tre della rivista Trieb,
a cui partecipavo anche in qualità di responsabile della sua redazione. Era, lo è tuttora, la pubblicazione
della Scuola Psicanalitica Freudiana, fondata da Aldo Rescio, con Lorenzo Zino, Attilia Brusone ed io,
venti anni prima che il secolo scorso spirasse. Fu l'ultimo testo al quale partecipai, in seguito le strade
si divisero. Tempo e interpretazione era il titolo di questo saggio a sei mani - una seconda parte annunciata
non vide mai la luce -, di cui due erano mie. All'inizio, lavorando sugli stessi passi di Freud di cui
abbiamo detto qui lo scorso anno a proposito della questione dell'analisi profana, viene commentato un
lungo brano di Rescio tratto dai suoi seminari, rimasto poi inedito in questa versione. Si tratta proprio
del problema del dolore in analisi e, ancora prima, del rispetto nei confronti sia dell'umano che dell'analisi
stessa. Combinazione che mi sentirei di proporre come rara.
Il dire umano parla da sé poiché il dire umano, necessariamente, non può sottrarsi ad essere
interpretazione in atto.
Dice Lacan che l'unico che non smette mai di interpretare è l'analizzante. L'analista può anche dormire,
l'altro no. Vi ho mai raccontato questa storia? Un giorno un analizzante va in analisi. Cosa volete che faccia un
analizzante? Lo sa fare bene. Ha alcuni anni di esperienza analitica, lo studio è sempre nello stesso luogo, quindi
ha una grande dimestichezza, che giustamente rimanda agli animali domestici, del posto, degli orari, perfino degli
umori. E' lunedì mattina. Egli sa che l'analista, avendo letto in Freud della "crosta del lunedì", avrà un umore
un po' così. Sa che parlerà meno del solito. Infatti, mentre lui allungato sul divano dice le solite cose, l'analista
resta muto. La cosa non lo scalfisce proprio, vi è preparato. La seduta procede e continua a parlare. Poi la
seduta procede e continua a parlare. E così via, fino a un tempo che l'analizzante comincia prudentemente
a considerare come del tutto anormale. Non era mai accaduto. Ora si preoccupa. Non sa cosa fare. Il tempo
scorre impietoso. Gli sudano le mani, la voce trema. Sta malissimo. Prende coraggio e lo chiama. -
Dottore? -. Silenzio. - Dottore!? -, più forte. Niente. Ha paura. Girarsi o no? Allo stremo, non ce la
fa più. Sono passate due ore e tre quarti. E' la fine. Si volta. Lo vede che dorme. Calmo, aria rilassata.
Egli si sente assalire dalla colpa, insopportabile. Lo scuote. Lo chiama, voce alta e rotta, lacrime agli
occhi. - Dottore! Dottore, la seduta è finita! -. L'analista si scuote, lo guarda, senza dire una parola
si alza, prende cappotto e cappello, se ne va.
Per tanto, l'interpretazione dell'analista non dovrebbe essere un'aggiunta in rapporto a ciò.
Di fatto l'analista non dovrebbe far altro che ascoltare il dire dell'analizzante che si mostra, inevitabilmente,
come interpretazione in atto.
Qui come tante volte Rescio aveva ben presente la sentenza di Nietzsche, "non ci sono fatti
ma solo interpretazioni", cosa in genere per noi alquanto spiacevole, finché vige questo sistema ideazionale.
Pensateci con una certa quiete. Anche se i fatti si dessero come tali, a noi arriverebbero come interpretazioni.
Per questo in psicanalisi non sono possibili cartelle cliniche.
Il "rispetto", il "rigore" in rapporto a qualsivoglia dire implica ciò. Ma è contemporaneamente la
cosa più difficile perché nessun essere umano è disposto tanto facilmente a non ritenersi l'autore dell'interpretazione.
Grande malattia della psicanalisi. Le interpretazioni non si possono fare.
Ripeto: non c'è nulla da aggiungere al dire dell'analizzante.
Se mai, compito dell'analista è (tentare di rispettare ciò o) far sì che l'analizzante prenda atto di
come non possa fare a meno di com-prendere, ovvero di come sostanzialmente si trovi coinvolto in determinati
criteri interpretativi: in verità anticipato da ciò che si impone come precomprensione.
Prima di capire si è guidati da stereotipi, pregiudizi, tornaconti, parole usate. In ciò si
è precompresi.
Altrimenti, non vi sarebbe di che ascoltare in analisi.
E in effetti l'analista rispetta l'esperienza analitica quando si limita ad assecondare le
condizioni che consentono all'analizzante di prendere atto di quanto emerge nel suo dire.
Da noi, non va affatto da sé rispettare il nostro campo. In quegli anni si era consapevoli
di quanto per un analista fosse importante imparare a non mettersi di traverso.
Qualora si diano queste condizioni, l'analizzante ha l'opportunità di non rimanere invischiato
più di tanto nella stessa esperienza analitica.
L'analisi è questo: un'opportunità.
Ecco perché il cosiddetto risultato ha un valore, ma non è la cosa che conta di più. Mi
rendo conto che ciò potrebbe essere perfino irritante. Si è disposti solitamente a fare sconti su tutto,
ma non sulla salute mentale, ovvero la salvezza della nostra mente. La guarigione è importante per
l'analizzante, ma non per noi. Per noi ha rilievo l'opportunità. Questo è il compito. Costruire i
presupposti per un'analisi, cioè un'opportunità. Che è anche la possibilità di non restare intrappolati
nell'analisi stessa.
Ma se l'analista pretende, e spesso non può fare a meno di pretendere proprio ciò,
di essere lui l'operatore effettivo a tal punto da condizionare l'analizzante ad interrogarsi altrimenti
o ad interpretare altrimenti, allora da quel momento in poi non si trova più nell'«ascolto». Va da sé che
quest'ultimo aspetto rappresenta un nodo cruciale per ogni analisi, dal momento che è pressoché impossibile
esserne esenti più di tanto. Anche perché in analisi spesso e volentieri si è tentati, sul versante
dell'analista, di andare immediatamente incontro a quanto insiste come sofferenza, lacerazione,
disperazione: purtroppo ciò apre prevalentemente all'imporsi dell'accanimento terapeutico, ovvero
all'imporsi di fantasmi salvifici.
In analisi non è così certo che andare incontro alla sofferenza non produca più danni
di quanti ne tolga. Bisognerebbe affrontare con l'altro il suo dolore senza che però senta di nutrire
i suoi fantasmi salvifici. E' veramente difficile. Come dare una mano senza che si prenda anche il
braccio, senza cioè che si ritenga salvato o salvabile?
Intervento: Come è scritto all'inizio della Vita comune. Per un'etica, Freud,
è la questione del punto di riferimento.
Sì. Ci si dimentica l'origine di questa espressione. Il ri-ferimento indica che si tratta
di un punto per nulla sicuro, dove convogliano, dove si ri-portano le domande umane. E' il punto
della permanenza del domandare, dove la ferita dice e ridice di sé. Negli ultimi tempi, il punto di
riferimento si è trasformato in ciò che dovrebbe eliminare ogni ferita. A ciò dobbiamo gran parte della
nostra usuale tristezza.
L'essere umano è anticipato da quanto si impone come interpretazione. Ciò a sua volta
è intimamente legato al suo essere anticipato dalla domanda fondamentale, ovvero dal domandare
intorno all'"essere", all'"essenza"; intorno, sopra tutto, al senso della vita.
Da passi di Rescio come questo derivo la questione della Seinsfrage, della domanda
dell'essere, dell'essere che è comunque solo e soltanto domanda. Da qui procede per me la ripresa critica
sia del legame di Heidegger tra essere e parola, sia di quanto proprio Rescio - che ha introdotto Heidegger
nella psicanalisi a titolo, se si può dire, definitivo - non ha cessato di elaborare come domanda-esigenza
di fondamento. La struttura difensiva, di cui secondo Rescio nulla l'umano vuole sapere, si fonda
sul bisogno di rassicurazione e di certezza. Per quanto mi riguarda ho scritto dell'incertezza delle
voci per mostrare l'opportunità esattamente opposta. Detto ora un po' banalmente, finché l'umano resta
servo di tale necessità di assoluto senza che se ne dia tematizzazione, la sua vita non può che essere
una filiera da un tratto di identificazione a un altro tratto di identificazione, da una signoria a
un'altra signoria. Questa spinta patologica si può spezzare solo se viene alla luce la struttura,
la pasta, l'impasto del fondamento come desiderio di fare a meno del domandare inesausto. cioè di
quel che ha di più proprio. Forse il massimo punto di dolore dell'esistenza. Per questo in un'analisi
è soprattutto in gioco la morte. La morte che è nell'analisi è la morte di questo ideale della certezza.
In tal modo si possono creare due grandi, inedite opportunità.
Intanto, come diceva Rescio, l'allentamento della cintura sintomatica può lasciar
evaporare la credenza nel fondamento in quanto definitivo, sostituendolo con l'accoglimento di tratti
di maggiore o minore fondamento, che il gioco della vita fornisce ma mai come assoluti. Ovvero sempre
come tratti del domandare dell'essere.
In tale allentamento, l'analisi crea spazi per quello che Rescio chiamava il "puoi essere
altrimenti", "puoi essere differentemente". Opportunità. L'analisi ha fatto il suo lavoro quando ha aperto
il campo del domandare, ovvero della possibilità. Prima eri questo, o così ti vedevi, ora puoi essere ancora
questo o quest'altro o quest'altro ancora. Poi spetta alla persona cogliere questa opportunità. Nessun analista
potrà obbligarti a guarire se ciò significa accettare altre opportunità nella tua esistenza mentale. E'
un lavoro che devi fare da te. Nessuno lo può al tuo posto, se non incaricato dalla suggestione.
E francamente non vedo un grande progresso nella persona se gli dèi precedenti vengono sostituiti da uno
psicanalista.
Il secondo tratto dell'opportunità riguarda la questione del dolore. Vi ho occupato spesso
le orecchie con l'espressione "educazione al dolore", per me una delle rare definizioni possibili
dell'esperienza analitica. L'analisi è innanzi tutto educazione al dolore. Proprio non credo che
nell'esistere si possa godere degli umori della serenità o della felicità se prima non si sa patire.
Ne L'incertezza delle voci vi sono passaggi intorno al patire, la questione del patio, della pergola,
tettoia, calco, impronta, l'incavo nel ramo di legno, tracce che consentono almeno un po' di rimontare,
risalire l'esperienza umana verso l'origine, che è origine interrogante. Verso dunque lo spaesamento
che dà di sé testimonianza. Ciò è di fondo per ogni dinamica della psicanalisi. Essa non ha dynamis,
non ha energia se non apparecchia le condizioni per questo lavoro. Patire per noi è un segno. Segno
di parola. Non vi è dolore che vi si sottragga. E' l'impronta nella neve, calco nella terra, è quel
cormorano il cui cadavere è rimasto intrappolato nel ghiaccio dell'iceberg. Patire è una traccia. I
dolori che giungono all'analisi hanno nascosto o fermato il loro movimento di traccia. Non sono
orme che si possano seguire. Sono pietre, sassi, blocchi. Non si possono smuovere, non fanno
movimento, sono indice di chiusura e di stasi. Ciò spesso ha forza invalicabile, Fixierung che si
sottrae alla dinamica, che l'ha coagulata, fissata nel cavo protettore del sintomo.
L'esperienza dell'analisi non toglie il dolore, come una religione potrebbe con i peccati
del mondo. L'analisi ha il compito di lasciar ripartire un dolore che si è arrestato, come un treno
da tempo in una stazione si è indirizzato su un binario morto. E lì sta. Il compito è di rimetterlo
su un binario che non sia morto. Dopo, nessuno sa dove andrà. Tale previsione o peggio ancora
rassicurazione sul futuro del convoglio, non è dovere di un'analisi. Il suo patto consiste nella
possibilità della strada, del viaggio, del transito. Rifare traccia.
La maggior parte dei dolori umani sono fermi, immobili o congelati, perché sanno,
nello strano modo in cui le sofferenze sanno le cose, che se ricominciassero a muoversi
incontrerebbero altri dolori. Altra morte che è nella vita, altri pensieri, altre domande.
Per questo si fermano. Perdono, come dicevo qualche lezione fa, il gusto degli altri. Come sappiamo
da Freud, l'altro è la maggiore causa di sofferenza. Bisogna allora bloccarlo. Racchiuderlo.
Per questo i treni si fermano. E il sistema ideazionale fornisce molti binari morti pronti ad
accoglierli. Quando l'altro è l'Altro morto, l'onnipotenza ha il suo culmine. Ma ogni sintomo,
anche il più glaciale, deve fare un certo percorso di formazione. Di parola. E' lì il suo punto
debole. E' una storia, di ripudi, offese e violenze, che si può ricostruire. Questo è il lavoro.
A ritroso verso le precomprensioni, le anticipazioni, le concrezioni di senso che via via si sono
mangiate il domandare, dandogli l'aspetto della certezza che resta la sua essenziale falsità.
* * *
Leggo ora alcuni frammenti sparsi.
Sul problema del credere in un dio. La posizione che più si confà ad un umano è quella
del non sapere o del sapere del non. La verità è questo non, la verità è che non sappiamo.
Ma la protervia della volontà di sapere e di salvarsi spinge a costruire esseri superiori per coprire
un vuoto, invece che approfittare di questo non sapere come una risorsa e non un male da estirpare
(da parte nostra o da parte di un Altro, comunque inventato da noi). Rescio ha insegnato quella che
ho chiamato critica della ragione salvifica. Vi torneremo.
Ci può essere differenza tra una traccia che patisce una insostenibile domanda
di fondamento e un'altra traccia che invece si scrive senza bisogno di fondarsi in un assoluto.
Costruiamo pure dei, con gli ingredienti necessari (pasta di pane, spatola, farina, spianatoie),
ma facciamolo per gioco.
Perché questo irrinunciabile non del sapere non spinge verso un'ulteriore intelligenza
del nostro pensare? Non è molto onorevole, non per gli dèi che in genere fanno abbastanza bene il loro
faticoso mestiere. Non so, non sono mai stato un dio, ma credo che il loro lavoro sia spesso piuttosto
nobile. Talvolta commettono errori, ma non si può pretendere che siano perfetti. Non è onorevole per
noi il fatto che quando gli umani si affidano a qualche dio, il loro pensiero si impoverisce. Questa,
mi capite, non è una bella cosa. Perché non si fa il contrario? Un dio, nel senso analitico, è una
struttura salvifica che corrisponde a un bisogno di assoluto. Nella vita comune, può assumere
qualsiasi fattezza.
Questi sono versi di Paul Celan.
«Sgombrato / dal moto vorticoso, / libero / è il sentiero nella neve / dalla forma umana,
/ la neve penitente, / verso i tavoli e le stanze ospitali dei ghiacciai».
Viene qui al domandare l'evento dei sentieri e della neve. Ma la neve che ci riguarda è
quella che assume forma umana, quella della traccia che coinvolge. Quando il suo sentiero diventa frei,
libero? Quando la penitenza della neve, il suo essere costretta a interessarsi di noi che la calpestiamo,
lascia il campo libero alla casa ospitale, verso le stanze dei ghiacciai? A quali condizioni l'iceberg,
il contenitore delle tracce gelate, a quali condizioni questa terribile testimonianza dello spaesamento
umano può rimettersi in cammino?
Gli iceberg sono senza ringhiera né cintura. Vagano. E senza fondamento.
Non c'è ancoraggio. Gli umani sono così. Viaggiano e parlano senza cintura, come dei blocchi
vanno nella neve e nell'acqua. In loro la memoria ha incastrato cormorani, anime di antichi marinai
e altri residui. Come liberare gli avanzi? Il sentiero nella neve può ricominciare.
Passo di Heidegger da Holzwege, sentieri interrotti. Essenziali per chi come noi spaesa e
testimonia. «La parola "bilico" significava ancora nel Medioevo qualcosa come "pericolo".
"In bilico" significava quello stato in cui qualcosa può risolversi in un modo o in un altro.
Ecco perché lo strumento che si muove in modo tale da poter pendere da una parte o dall'altra
si chiama il bilico, la bilancia». Il passo continua: Sie spielt und spielt sich ein,
gioca e si esercita in un gioco. Spielen è "recitare, suonare, simulare, fingere, rappresentare,
interpretare".
Il funambolo. Colui che passeggia sulla corda.
Qual è il confine di un senza ringhiera né cintura?
Per noi il limite (di un corpo, di uno spazio) è dove qualcosa finisce. Per i
Greci è dove qualcosa comincia (cfr. Heidegger, Corpo e spazio, p. 29).
La ferocia dell'onnipotenza umana, non tollerando il limite, lo ha trasformato in qualcosa
di negativo, per poterlo meglio amministrare. Limitare.
Anche per questa ragione: affinché un corpo o uno spazio sia calcolabile, e
per questa ragione deve esserlo, occorre che abbia dei limiti certi e soprattutto finiti.
Della morte che è nella vita spesso fa parte la morte propriamente detta e quando arriva,
anche se per così dire prevista, annunciata, resta per noi umani uno scandalo non accettabile.
Non c'è morte che non sia nella vita. Prestare parole alla morte.
Parlare della morte o della vita è la medesima cosa. Non partecipo a questa cultura
tanatofobica che rimanda a dopo sia la salvezza che la morte stessa, tutto è rispedito al di là.
Invece tutto è ora, è nella vita poiché parla quanto la vita.
Qualche tempo fa ho scritto un piccolo frammento. Pensavo alla morte, alla mia.
Avevo pensato cosa si potrebbe scrivere quando un analista va via, e cosa mi piacerebbe che si
scrivesse di me, qualora non fossi immortale. Ora lo presto a Rescio. A volte si può prestare una
parola per una morte a un'altra parola per una morte. Forse in questo scambio, in questo lascito
o transito, c'è qualcosa che è vivo.
Coltivo il campo del domandare, pianto lettere, semino parole, spargo foglie scritte
ovunque sia frontiera, prima di sparire alla fine dietro l'ultimo divano.