Psicanalisi Critica
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Aldo Rescio e la poesia
Da Deliri di Edipo, 1986.
I frammenti hanno la numerazione romana.
I

         ali impazzite contro sole di marzo
palpebre rovesciate ora dove il desider
io scava la propria indifferenza     poi
          solo un disperato canto in
maschera di folli gabbiani

         come custodire l'evento anche se
l'inavvertito si apre in ilare solitudine che
         scopre il non senso
ma ancora una volta la tua mano sul
volto per evadere dal mutismo invocante     in fine
         disteso nell'aperto
dove la vita custodisce il
            non nato

osservo le allucinazioni del mattino in trasparenza
       anche per non tradire il nulla dell'essere
e l'inquietante ora non è più soltanto orrore della
morte
         edipo   edipo   non fuggire
non accecarti



XIV

         ora siamo soli   un corpo
non nega l'altro nell'oblio se ness
         uno dei due si ritrae
ma sempre l'ineludibile differenza
         appare come ferita nello
sguardo che si rifiuta allo stupore

         sulle pareti del
delirio ofelia indica le odiose macchie
della
     parola che non cura la parola

         verranno grandi ali
nubi oblunghe         poi
ogni cosa si perderà tra volti assenti


XIX

  forme esili ma ineguali affiorano
nel tuo sguardo dove forse il
         timore non trionfa

     io il senza nome erra tra un
occhio e l'altro senza privarsi del
  nulla o del tempo che racchiude
la felice irrisione della parola

            tu ora però non
celarti
           sfiora con la tua
mano la mia
         poi il volto
la fronte e gli occhi



XXII

la traccia dell'impossibile permane
    ma nessuno se ne prende cura
per ascoltare il silenzio o
    svanire nell'inversione della
solitudine

         ora siamo soli:
ci accompagna con passo lieve la s
ignora del labirinto e nell'incanto
dei tuoi occhi ormai vuoti edipo
            mi
apro alla vita e alla morte senza
che lo sguardo violenti l'enigma
         perverso del nulla



XXVIII

              luna
canneto
           bagliori
vento
         lampi difformi

   un giorno - forse - ti parlerò dell
'amore
     del tuo volto e dell'ombra

ma ricordati all'alba di quel sogno di
cui non abbiamo mai parlato
XXXV

     forse solo in una forma inattesa e
per pura follia ho ascoltato le
labbra di rimbaud e la fronte di
baudelaire

         morte: tu agisci
in silenzio e disponi del tempo
      ma non prendi di mira nessuno

ora posso abbandonarmi allo sguardo
che non tende alla visione     ma
      stammi vicino anche quando
non ho nulla da dirti



XXXVI

      accompagna l'insania della mia
solitudine mentre mi rivolgo a te come
uno che non desidera più comporsi

            così per non
dire nulla e senza intraprendere
         niente: ma solo in estasi

non so cosa fare
            cosa dire
cosa proporti
         o quando morire con te



XLVIII

         non esitare: dove lo
spirito giuoca con le sue improvvisazioni
qualcosa si condensa
            prende forma
null'altro che scorie dell'impensato
         lampi nell'aperto

ma il mistero non disarma     non
accenna ad una vita dopo la morte   ora
         dissuadimi se puoi dal
mio lasciarmi andare



XLIX

         mentre ascoltavi io
nascondevo il mio volto nel tuo
     ma l'eresia del giorno non
sempre ripete quella della notte

poi per dimenticare l'ineludibile
linea del tramonto in silenzio ci
aprivamo al delicato intreccio de
lle mani
            l'azzurro
sembrava prossimo
          indifferente
com'era alla sfinge
         alla risposta



LIII

ricordo quando il dolore ci assaliva
   con l'incubo della parola folle
mente ondeggiante
       tu eri stanco edipo
e non desideravi altro se non
sottrarti al ricordo dei mortali

     ma ora giungono a noi con
insolito stupore per poi
     scomparire nel rumore senza
fondo


Tre frammenti di Aldo Rescio sulla poesia


Probabilmente, il dono della poesia è l'occasione umana più alta in quanto, assecondando l'accoglimento del fondo senza. fondo del linguaggio ovvero dell'essere stesso, fa sì che l'essere umano si sottragga alla maledizione del ressentiment.

*
Nel suo puntuale prender forma, la poesia risente dell'al di là del linguaggio nel linguaggio stesso.
Per tanto è decisivo abbandonarsi all'ascolto del linguaggio quale tratto eminente del gioco dell'essere tra presenza e assenza, posto che si voglia evitare di ridurre il linguaggio a mero strumento, al culto dell'oggettivazione: in somma a quanto ha il potere di annullare il darsi stesso della poesia.

*
La poesia non scade nel sentimentalismo solo quando ha la grazia di lasciar essere l'impossibile, il naufragio: vale a dire la finitezza. Per questo la poesia è quanto mai prossima alla disperazione, ma senza conciliarsi, identificarsi con la disperazione stessa.
Quanto a sé, la poesia comporta la massima apertura consentita nei confronti dell'inquietante, ovvero dell'infinito stupore dovuto all'enigma dell'essere e all'insostenibile questione della morte.


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