Siamo qui per affrontare la questione dell'etica e delle soluzioni, nel nostro fondo del domandare, che è la psicanalisi.
Soluzioni, non ce ne sono. Dio è morto, Marx anche, non ci sono più le mezze stagioni, dopo la domenica c'è il lunedì, la caduta delle illusioni, si stava meglio quando si stava peggio. L'etica non esiste, non ci sono più le morali, ognuno fa quello che gli pare, è una giungla, possiamo solo sperare di andare a letto la sera non troppo tristi e di svegliarci la mattina non troppo arrabbiati.
La psicanalisi, poi, quella non è mai esistita. Non se ne parla nemmeno. Sì, ora mi ricordo, c'è stato un periodo, circa un centinaio di anni fa, avevano provato. Poi però si sa com'è andata. Erano tutti una manica di farabutti, dicevano che era una scienza e non lo era, oggi abbiamo i farmaci, delle procedure scientificamente approvate, verificabili, controllabili, falsificabili, giocabili, rappresentabili, pensabili, parlabili, siamo abili. O alibi?
In altri campi la soluzione è la soluzione, per noi è il problema.
Poco tempo fa, una persona in analisi ha detto: l'inconscio non esiste, io non ci credo. E che è, il padre nostro? Gli diciamo una preghiera? E' una fede?
In realtà, l'analisi non è una cosa che si risolve. Se mai si dissolve. In ciò è simile, o dovrebbe esserlo, alla funzione dei genitori. Pure, si fatica a impegnarsi per la propria dissoluzione. Si tende a trattenere quel che si è costruito. Non è una faccenda eccessivamente etica. Se trattenere significa sottrarsi al problema dell'impossibile soluzione. Questa parola viene dal
solvere latino, che significa "sciogliere". Ma ha una strana origine, come capita alle parola che hanno storie da raccontare. Il
solvere contiene in sé il tema del
lavare, preceduto dal so-, o se-, che esprime la separazione. La soluzione sarebbe dunque una sorta di separazione purificante, un lavaggio del distacco.
Lúo è il verbo greco che ci riguarda. Ma i Romani dettero a quel
lavare un'altra forma di esistenza, che si trova solo nel greco più tardo, ellenistico. Un senso che ha a che fare con la sconfitta, lo scontare, il dover pagare qualcosa. Il solvere, l'assolvere un debito. La purificazione, il lavacro risolvente è nei confronti di una colpa che deve essere allontanata.
Dottore, come si risolve il mio problema?
La persona forse non lo sa, ma in quel momento nel suo inconscio albergano i tratti di questa storia, il lavare, il distacco, la colpa, l'esazione, l'aver già pagato, o sofferto abbastanza.
Il mestiere più difficile per l'uomo è fare l'uomo. Pensare stanca, è più facile essere pensati.
Ecco una delle trappole in cui si impiglia l'etica. La necessità della delega. Qui il discorso psicotico dà lezione. Se vengo pensato da qualcun altro, significa che i miei pensieri sono pensati.
L'altro pensa per me. Al posto mio e in vece mia.
Nel libro
L'incertezza delle voci si parla dello sviluppante, come lì viene chiamato l'umano in quanto tale. Per via di questa delega all'altro, lo sviluppante si infila in questo cono d'ombra, un fascio dove si smarrisce. La tenebra dove rischia di perdere la sua piccola luce d'oro, e spesso per sempre. Freud dice delle rimozioni spaventose che appartengono all'origine. Vi sono dei luoghi del nostro essere dove sembra che tutto si decida, e non vi abbiamo accesso. Quasi tutto quel che di decisivo accade nella psiche umana, avviene all'inizio dell'esistere, nei suoi primi tempi. Non vi possiamo accedere, non in modo diretto. Non abbiamo accesso all
'Urverdrängung, che non è una prima rimozione di un primo contenuto, ma è il fatto stesso che si rimuove. Abbiamo tentato più volte in questi anni di rappresentare l'irrappresentabile, ultimamente attraverso
la figura di questo sviluppante, assalito dall'infinità delle voci e dei rumori del mondo e che per essere, per darsi un contegno, un limite, qualche bordo, un po' per celia e un po' per non morire, è costretto a fare delle selezioni, o a subirle da un altrove che in questo modo si costituisce. Le selezioni, le separazioni.. Qualcosa resta, come segno di identità o semplice parvenza. Questo mare di voci senza orizzonti, non lo possiamo immaginare, nessuno lo può. Talvolta gli psicologi lo chiamano stimolo, senza sapere quel che vi si dice. Non è colpa loro, è che non si può sapere. Qualcosa si impone, altro rimane senza misura.
In una seduta un signore, padre da poco tempo, si meraviglia del fatto che la sua bimba di poco più di un anno comincia ad avere comportamenti aggressivi. Sembra che voglia reclamare il suo posto. Egli dice che lei lo guarda, lui guarda i suoi occhi grandi, li sente pieni di cose, e gli sembra che chiedano, a lui: dammi una mano, a dire quel che non so dire. Egli domanda: perché lo fa?
Perché è finito l'eterno. La piccola sta cominciando a provare. Un distacco, un limite, una lontananza. Entra in un conflitto che non solo non è sanabile, ma che è augurabile che non lo sia. Sta cercando di esperire il mondo che cambia. Appena appena. Ci vorranno anni per uscire del tutto dall'eterno. Il suo eterno è essere tutt'uno con l'Altro. Madre, seno, calore. Sta cominciando a finire. Una parte di lei forse vorrebbe tornare indietro, un'altra confusamente andare avanti. Di quella tensione, di questa cosa indicibile, inesprimibile, che il padre vede nei suoi occhi grandi spalancati, non c'è pensiero né soluzione. Si chiama vita.
Per questo possiamo farne poesia. Dipingerla, intagliare figure dal marmo. Questo lo possiamo fare. Perché delle parole, delle espressioni, dei ricordi ci mancano. E' per questa nostalgia che domandiamo senza fine. Ecco la grandezza della mancanza.
Allorché poi la sviluppante arriva in analisi non lo sa, ma sia lei che noi veniamo proprio dopo. Quando i suoi destini di umana sono già tracciati. Che fare? Non è la strada di un impossibile recupero, quella che serve. Un ripristino dei dati. La via analitica consiste invece nel recupero dell'impossibile. Se non si tratta di trovare una realtà introvabile, c'è l'altra strada. Il fatto che non siamo dèi e questa mancanza. Che non siamo onnipotenti né immortali e per di più parliamo. Forse è lì che un analista arriva, con i suoi silenzi e i suoi bagagli, e tenta di fare il suo lavoro. Forse sta cercando l'etica.
L'analista è come uno scrittore, che parte per un reportage, una cronaca dell'inattuale, visita le rovine di qualcosa che fu, che è seppellito sotto una nuova città, fondamenta desuete di cui il nuovo ordine vorrebbe sbarazzarsi e talvolta le attacca, è prepotente e inquietante la lotta dell'umano contro la sua origine, le voci, le voci la cui incertezza lo fonda come un parente scomodo, e sono violenti talvolta i suoi attacchi contro l'incertezza da cui proviene, egli si trova nella situazione di una casa che traballa di continuo, ogni scossa alle fondamenta fa tremare i piani alti. L'analista, come lo scrittore di un'antica archeologia, torna nella città sepolta, la metafora di Freud dell'
archeo è etica. Archeologia proviene dall'
archè, l'origine. Significa il discorso delle cose antiche. Esse parlano a colui che ascolta, ma lo fanno con le parole della città nuova. Gli umani oggi spendono molte energie per migliorare le città,
quelle davvero fatte con le strade. E il paese interiore, la casa dell'essere, l'antico albergo che ci ospita?
«Primo maggio 1889. Freud esce di casa. Bella giornata, cielo sereno. Ama camminare. Va a piedi fino alla
Ringstrasse, poi sale su una carrozza a due cavalli. Forse sfodera un'antica imprecazione ebraica, perché quel passaggio è piuttosto costoso. Se avesse preso la carrozza a un cavallo avrebbe pagato la metà. Non lo poteva fare. A Vienna nel 1895 non stava bene che un medico arrivasse in visita a una paziente con un solo cocchiere e
soprattutto con un solo cavallo. Prendere un mezzo pubblico, neanche a parlarne. Soltanto due cavalli. La carrozza compie un giro abbastanza lungo. Si dirige verso uno dei quartieri residenziali. Arriva in una casa elegante, una pensione dove alloggia una signora, nobile di origine tedesca. Per la prima volta Freud la vede. Lei in seguito lo invita ad andare a trovarla tutti i giorni, talvolta anche due volte al giorno, per visitare, oltre alla sua persona, anche la sua isteria.
Il giovane medico le parla, le fa i massaggi, si prodiga a spiegare a Emmy von N. quel che capita nel suo organismo, nei suoi arti e forse anche nel suo cuore, ma la dama lo interrompe bruscamente: «
Herr Freud, mi lasci parlare, per favore». Stia zitto. Così è nata la psicanalisi.
Signore e signori, dobbiamo ammetterlo, la psicanalisi non ha affatto un'origine nobile. È venuta così, del tutto comunemente, un umano dice all'altro di stare zitto. Quante volte è accaduto. Ma ora, in quella stanza di quella pensione alla moda, oltre il
Ring, nel cuore di Vienna, in un'
époque già bella, nella voce incerta di una donna che pensava di fare tutt'altro, rivolta a un uomo che cercava tutt'altre certezze, lì avviene che un domandare viene lasciato. Non risposto, non commensurato, il dire di Emmy von N. ha campo libero, quel signore distinto, di trentatré anni, un po' squattrinato ma con le interrogazioni che ribollono, lo lascia andare, lo segue, quel domandare, come nessuno aveva fatto mai e come forse neppure dopo. La grandezza di
Herr Freud sta nel non prendere la parola perentoria della dama come un'offesa. Pensa che abbia ragione, prende la sua sedia, si sposta leggermente, entra quasi nella penombra, non può andare dietro, come farà, perché c'è un muro, dietro a quel baldacchino, molto adornato. Ma si toglie dal cono della luce.
La signora continua a vederlo. Di sbieco. Una presenza più ambigua. Un'assenza più impellente.»
Non lo vede chiaramente. L'altro, il sapiente, l'uomo di scienza, il risolutore è senza la luce. In quel modo, poeticamente, se si leggono gli
Studi sull'isteria in un altro modo, è transitato tra questi due umani qualcosa che ha fatto la storia loro e nostra, di noi che ora siamo qui.
«La signora toglie adesso il tappo alla sua esistenza. Che diviene finalmente per lei una tappa e non un tappo. Come era stato.
Il risultato, signore e signori, è tanto stupefacente che ancora dopo più di un secolo siamo qui, insieme, a cercare di ricominciare» [Il brano è ora in A. Zino,
Psicanalisi e filosofia. Il male,
Edizioni Ets, Pisa 2004, pp. 143-44].
Quella storia insegna che siamo sempre nel domandare. Non è un modo di dire, è una questione di struttura. Ne va di quello che fate voi e che faccio io, ne va della stessa psicanalisi. O siamo in quanto umani eternamente nel domandare o la psicanalisi non ha alcun senso. Quel che prevale, è una concezione della psicanalisi non psicanalitica. Un domandare intermittente, a ore fisse o spostabili, un domandare a giornate, un domandare
part time, a mezzo stipendio. Un domandare colf, cui si ricorre un paio di volte la settimana per riassettare le cose e la casa, che noi stessi siamo. La casa dell'essere ha bisogno forse di personale di servizio? Certo, assumiamo un sacco di gente, così pensano per noi, tengono in ordine la casa che noi stessi siamo. Un domandare a pagamento, assoldato in vista dell'utilità quotidiana, dell'ordine. Ma il domandare invece in cui in quanto parlanti e mortali sempre siamo, non riguarda alcuna utilità o impiego. Sarebbe come se il cristianesimo volesse
utilizzare l'anima, i musulmani Allah, il cane il suo naso.
Siamo nel punto cruciale di questa conferenza. Il domandare che diventa
utile. Da Aristotele fino a Kant e ai moderni filosofi della morale, la questione dell'etica è rimasta legata al senso dell'utilità. Aristotele ha dato una traccia di cui si può ben dire che sia rimasta
inconcussa, incontrovertibile: l'etica è ricerca del Sommo Bene, di ciò che è utile come niente altro.
Fuori dalla stanza dell'analisi, l'analizzante cerca di utilizzare mezzo mondo, tutto quel che può. Quando è lì, cerca di fare la stessa cosa, utilizzare questa volta non mezzo mondo, non il mondo degli oggetti (perché al massimo nello studio può servirsi di un portacenere, una penna o un libro; non sono uno che fa trovare tè o caramelle), ma i pensieri, le parole.
Ma la psicanalisi, che è l'arte per cui morire, non serve.
L'utilità della psicanalisi non appartiene al mondo dell'utile, dell'impiego o dello spreco. La psicanalisi, rispetto a questi assi portanti del mondo delle risposte, è altrove.
Ciò non per boria mia o vostra e tutti insieme ci beiamo di questa posizione elitaria, ma perché il domandare è incessante. Perché esiste una voce tra gli umani e nell'umano, tra le righe, le pieghe, i calchi, le impronte (la formazione) delle loro parole, che non si presta ad alcuna forma di utilità.
Credo che uno dei drammi maggiori tra i tanti del secolo scorso sia stato la riduzione della psicanalisi all'utile. Non lo dico per l'ideale di una psicanalisi pura, ma per l'occasione perduta dal domandare.
Non molto tempo fa Jacques Derrida ha ricordato alla psicanalisi il suo essere «senza alibi» [Derrida,
États d'âme de la psychanalyse, Galilée, Paris 2000, p. 13]. Perché gli analisti se lo lasciano dire dalla filosofia? Salutare sferzata, in ogni caso, il cui domandare andrebbe riproposto. Mentre altri saperi possono far finta di non avere visto, di non esserci stati, di avere solo obbedito agli ordini, la psicanalisi è senza alibi perché ha visto: la questione dell'inconscio, del domandare, dei meccanismi di difesa, che l'io non è signore nella propria casa, l'evento per cui una pulsione di morte spinge quanto una pulsione di vita.
La fine dell'analisi, perché a questo si pensa quando si pensa a una soluzione, è una cosa di cui non si deve parlare. Come il denaro e il sesso, le cose sporche dell'esistenza, come le chiama Freud. In effetti li riguarda ambedue. Se volete conoscere il cuore dell'analista interrogatelo su questo argomento. Sapendo che forse mentirà.
Due sono le cose di cui gli analisti non possono essere fieri. Una è il loro modo di gestire la fine dell'analisi. La cosa più difficile, spesso è dove l'analista torna umano, affronta il distacco, la separazione. La maggior parte delle cose scritte nella tradizione intorno alla supposta neutralità dell'analista, partecipano del peggio che il nostro campo sia riuscito a produrre.
La seconda è la miseria frequente del loro modo di stare insieme, confronto al quale i porcospini di Schopenhauer stanno in una piacevole
beauty-farm. Destino tragico. Proprio la psicanalisi, esperienza che è riuscita a mandare cuore e occhi oltre l'ostacolo, a vedere cose dell'umano oltre ogni alibi, proprio lei raramente riesce a far stare i suoi partecipanti insieme in maniera degna. Gli analisti di rango, che quasi sempre sono soli, non cessano di interrogare questi fallimenti della vita comune psicanalitica.
Che io mi trovi in questa stanza a parlare con voi è un'evidente eccezione rispetto a tale sintomo collettivo. Che io sia in questo Istituto dove mi trovo ospite da anni, che intrattenga con le persone di
Gradiva ottimi rapporti, pur non essendo noi accomunati da alcuna carta istituzionale, pur appartenendo loro a un'altra cosa, pur essendo io una persona del tutto solitaria in rapporto ai raggruppamenti analitici, nonostante dunque le differenze tra noi e tra le nostre storie, da quasi dieci anni loro non temono che io sia qui e io non temo di frequentare la loro casa. Forse può sembrarvi banale, ma vi assicuro che non lo è, nel campo della psicanalisi.
La fine dell'analisi, a lungo in un'analisi manca.
L'analisi è l'esperienza del limite. L'umano condensa i margini, munisce i confini, oppure finge di aprirli. Si tratta di imparare un altro modo.
La soluzione non è un'assoluzione.
Quando si ferma un'analisi? dipende dalla frequentazione dell'abisso.
La fine dell'analisi è uno stile.
L'analisi non finisce quando una persona deve essere felice, ha cambiato il lavoro o ha ucciso il marito.
«Si tratta di un rigore in qualche modo etico, fuori dal quale ogni cura, anche farcita di conoscenze psicanalitiche, non potrebbe essere che psicoterapia» [Lacan,
Le Séminaire, livre VII, L'éthique de la psychanalyse (1959-1960), Seuil, Paris 1986, p. 324].
Il domandare analitico lavora per la sospensione del sintomo.
Ma perché cambiare? L'umano si attacca al suo sintomo, lo abita. Per questo la psicanalisi si pone sul registro etico. Perché l'etica è l'opposto della morale. Questa migliora il sintomo, lo raffina sempre più, gli dà un sistema di regole. L'etica è la sospensione delle risposte. Perciò Lacan sostiene che lo statuto dell'inconscio è etico e non ontico.
«L'etica consiste essenzialmente in un giudizio sulla nostra azione» [Ivi, p. 359], quindi in un domandare. Mentre la morale risponde, l'etica domanda, anche al di là della volontà del soggetto. Le correnti deviazioniste rispetto all'inconscio, cioè le psicoterapie, tentano qui di fare il lavoro della morale - costruire risposte migliori - piuttosto che quello dell'etica.
Se l'etica della psicanalisi parte dall'assenza (non c'è Sommo Bene), non può cercare la soluzione nel senso dell'utile. Ma non occorre allora pensare che ciò fondi solo un pensiero negativo, un pessimismo. La scommessa è: se non c'è il Sommo Bene, che cerchiamo? Il desiderio, si dice. «Il rovesciamento che implica la nostra esperienza pone al centro una misura incommensurabile, una misura infinita, che si chiama desiderio» [Ivi. p. 364]. E come pensare l'etica di una misura infinita? Come costruire un sapere su un'etica che non legifera moralmente? Come può questa etica nel silenzio guidare i nostri atti? Significa porsi la questione di come possa un'analisi essere a un tempo tragica e terapeutica.
Non cedere sul proprio desiderio, suggerisce ancora Lacan come punto etico. Ma è un paradosso. Cos'è il proprio desiderio se è sempre desiderio dell'Altro? L'etica è piena di paradossi. L'umano non può parlare del buco se non quando si è già abbastanza richiuso. Per questo il domandare è inesausto. E' proprio perché il desiderio è sempre dell'Altro che per il mio desiderio c'è sempre dell'Altro e quindi posso - devo - continuare a domandare. L'etica nella psicanalisi riguarda il transito, il passo da una dimensione tipica dell'umano per come si è configurata nei secoli, a un'altra dimensione, che è quella della propria esistenza poetica, della non eccessiva paura nei confronti del domandare. Non c'è solo un orrore per la condizione umana, accompagnato dal relativo ripudiare ogni domandare su se stessi e su tale condizione [Cfr. su ciò l'opera di Aldo Rescio]. Questa è eticamente una premessa doverosa, ma non può essere separata dall'origine. Che resta comunque, al di là della volontà dell'umano, origine interrogante. Salvo vicende psicotiche, anche il rifiuto più compatto è ancora soltanto effetto del domandare incessante, di questo
non che lavora costantemente sotto traccia come in superficie.
Cosa guadagna un umano dall'analisi, se essa è questa educazione al domandare, ovvero al più proprio? Precisato che l'educazione - come l'analisi e la vita comune - è un impossibile, ne deriva la possibilità di un'educazione al dolore, saper soffrire implica saper morire. Ma quella parte di noi che può affrontare, sciogliere,
solvere la morte che è nella vita, non è quella cui abitualmente ci affidiamo, la protesi.
In genere la ragione può essere
ospitale solo a tratti. Quando riesce a costruire una pausa nella voracità, dunque nello spreco di organi e pezzi di oggetti, che sono di solito triturati nel frullatore dell'uso. Siamo abituati a cancellare le pause, a utilizzare ogni grammo del tempo, ogni momento dello spazio, ormai forse la stessa differenza tra tempo e spazio è venuta meno, in una specie di marmellata spaziotemporale dove tutti corrono verso tutto, a patto che sia consumabile. L'oggetto lipidico, dell'accumulo e della capitalizzazione, toglie il terreno a quello che una volta era lo scorrere del desiderio in quanto mancanza e della mancanza che si chiama desiderio. Assistiamo, devo dire con un po' di preoccupazione, al rovesciarsi della scansione millenaria. Siamo nati dal bisogno, ma subito siamo diventati desiderio, dopo qualche millennio facciamo di tutto per eliminare il desiderio e tornare a essere mero bisogno.
O continua il dovere (dover essere) dell'uomo a credersi immortale - quel che prevale solitamente, orientando del suo misconoscimento ogni idea in merito a ciò che si sviluppa -, oppure si
lavora tentando, per quanto è possibile, di dare voce all'etica che già parla, all'insaputa dell'umano e da lui spesso non tollerata, ritenuta inutile e disturbante: l'etica di un domandare ospitale.