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che gli preme - la cosa del suo desiderio - a mero oggetto per gli elenchi delle datità, ma anche necessita del tessuto organizzativo per dispiegare gli effetti dell'inglobamento in una circolazione della cosa ormai depurata, affinché si sia certi che la cosa, scambiata ormai fra gli umani in quel modo, non produca più domanda o meraviglia.
Secondo tale aspettativa, il lascito di Freud intorno alla formazione dello psicanalista non può che essere deludente. Non vi si trova infatti alcunché di corrispondente al lessico del rito. Ancora con Freud in vita, si riteneva già che dovesse spettare ai suoi eredi il compito di colmare le caselle che l'opera del maestro si ostinava a lasciare se non vuote, certamente poco riempite.
Ricordando ciò che il primo psicanalista suggeriva riguardo al nesso fra la coazione a ripetere della nevrosi ossessiva e quella del discorso religioso, si può qui anticipare che per "rito" si intende il rituale, ovvero la tendenza a fare della
cosa un oggetto sistemato, prevedibile, che si impone nella mortifera ripetizione di sé medesimo. Attesa rituale è dunque quell'atteggiamento che in realtà nulla attende, se non la ripetizione di quel che già si presenta. Sfiancare la cosa perché più non parli, è attività precipua del rito, che svolge il preciso esercizio dell'accertamento di quel raggiunto silenzio.

Prima di cercare un'espressione critica per la questione della formazione è necessario costruire l'interrogazione. Ciò si può fare solo percorrendo la via del domandare; quando e come la psicanalisi ha rivolto a sé stessa le domande sulla formazione analitica? Ascoltiamone innanzi tutto l'origine.

I cenni di Freud sono disseminati lungo il cammino. Occorre in via preliminare vederli, rintracciarli nel suo discorso.

Indice Numero 3