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Numero 19

Testi

Silvana Caluori                                                                                        Adalinda Gasparini



Sebastiano A. Tilli



Alberto Zino                                                                                                   Lorenzo Zino                   


IL MALESSERE DIMENTICATO
Conversazione intorno al libro
Psicanalisi e filosofia. Il male
di Alberto Zino
- Istituto Gradiva, Firenze, 22 maggio 2004 -





S. Tilli - Nelle sue lezioni Alberto Zino fa un grosso lavoro anche intorno alla filosofia. Ricordo che tempo fa in una conversazione in questa sede disse: "molti si lamentano che in psicanalisi vi sia troppa filosofia, secondo me al contrario ne appare ancora poca". Tuttavia, il rischio di un'ontologia limitante è sempre in agguato, e fa lo sgambetto quanto meno se ne vuole sapere. Si tratta allora di giocare, di saper giocare su piani diversi. Questo libro, Psicanalisi e filosofia. Il male, raccoglie le lezioni dello scorso anno e cerca di intrecciare vari registri e questioni di sfondo, impossibili da ignorare, avvalendosi di arte e poesia, con un certo umorismo. Vi si trovano molti movimenti; difficilmente riuscirei a trovare una posizione ontologizzante in questo modo di fare filosofia.

L. Zino - Credo che questa sera sia il caso di fare festa, perché quando si fa un libro nasce qualcuno e allora bisogna fare festa. Ricordo che quando Alberto era al Liceo Classico si erano avvicendati tre professori di Filosofia. Uno era di Certaldo, il secondo originario di una terra una volta greca, la Calabria, e l'altro fiorentino, con un po' di storia romana dentro di sé. Costoro, ognuno a suo modo, volevano che Alberto, come tutti noi altri suoi compagni di corso, pensasse. Non presentavano la filosofia come un sapere che occorreva studiare, ma come qualcosa che aveva la possibilità di pensare e di dire a un altro come si pensasse, non tanto
che cosa ma come. La filosofia divenne ben presto per Alberto la faccenda del pensare e del parlarne a un altro. Freud servì su un piatto del tutto argentato la possibilità che ciò accadesse ancora. Nonostante la filosofia accademica e la riduzione a mere vicende nozionistiche, nonostante la filosofia serva dei vari ideali o dei poteri. Questa filosofia - come la psicanalisi quando le è simile - non interessava per niente. Era la scena dell'analisi, quella che Alberto ricostruiva, pensava, immaginava e sperava, il luogo ove si potesse vivere ancora quella situazione nella quale per lui consisteva la filosofia. Tuttavia, Freud gli aveva servito con chiarezza una distinzione: a differenza della situazione in cui due persone pensano, parlano e si confrontano, nella scena analitica la domanda non era solo di sapere ma anche di guarire, di stare bene. Ne deriva una cosa che non lo ha mai lasciato e che percorre tutto il suo modo di lavorare, sia nelle lezioni che nella scrittura. L'intuizione che questa domanda di guarire non solo non era spuria, un ospite quasi inutile e superfluo in un dialogo, ma era il motore che faceva diventare quel dialogo ancora più autentico perché intorno a tutto ciò che riguardava il guarire e quindi il soffrire era in gioco l'inautentico, il malinteso. Non per caso quest'ultimo è trattato proprio in questo libro. C'è sempre un malinteso quando uno soffre, in chi ascolta questa sofferenza, qualcosa non torna, non quadra né coincide né collima, spesso nemmeno collabora. Alla luce di ciò, per Alberto né la filosofia né la psicanalisi erano quelle tradizionali, asservite più o meno alle accademie, alla medicina o alla psichiatria. Occorreva fare qual

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