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Dopo dodici anni, il Corso di psicanalisi giunge a una pubblicazione. Il programma 2002-2003 si è svolto da ottobre a maggio. Il suo titolo è Psicanalisi e filosofia. Il male. Le ventisette lezioni, divise in tre serie di nove, sono state trascritte integralmente, in seguito riviste per una accettabile forma scritta, pur cercando di mantenere, per quanto possibile nella pagina, lo stile del domandare dal vivo e in pubblico. Rivolto a chiunque lo desideri, senza titoli né leggi speciali, obblighi di fare analisi o di formazioni professionali, il Corso, come un'analisi, nulla promette agli umani, se non la fatica e il godimento del domandare. Per una psicanalisi alla fine profana. (Intro)
Il lavoro dell'analisi è completamente diverso da ogni altro lavoro umano, salvo talvolta la scrittura, cioè letteratura, poesia, perché fa costantemente due operazioni. Dissotterra i demoni - e già qui capite che siamo abbastanza fuori dal sentimento dominante che in genere tende a cancellare l'inferno, affogandolo nelle sue posticce teorie del bene, visto che fino a prova contraria l'illusione si vende e si compra meglio, più di ogni altro prodotto . Quindi, prima si dissotterrano - nobile attività - i demoni, come diceva Freud chiaramente. Un verbo che significa un'attività manuale, da agricoltore antico; tirare su, prendere dalla terra, Freud domanda: con la questione dell'inconscio abbiamo tirato su i diavoli dall'inferno. Ora che ci si fa? Questa è la seconda operazione psicanalitica. Invece di ricacciarli giù scornati, dopo aver tolto le cose sconce, li ascolta, li fa parlare, non li rimette a posto. Si fanno venire su i terrori e poi non si lavora per sopprimerli, non si lavora per riportarli nel cerchio maniacale degli idoli; li si lascia diventare demoni; con le loro domande all'inizio spaventose li si fa diventare una prova, un laboratorio. Le domande, anche le più terribili, possono diventare prove di esistenza. Intendo dire che l'analizzante non lo sa, ma qualsiasi sia il suo dolore, qualsiasi sia la sua fatica di vivere, è proprio da quell'impegno e non dall'altro, dal salvatore come egli si aspetta, è proprio da quel lavoro che verrà, forse, la sua dignità, la sua grazia. (Lezione 1)
Il Novecento è il secolo delle interminabili inquietudini, della fine delle certezze acquisite, e forse proprio per questo è anche il tempo in cui emerge un'altra idea di salvezza. E' chiaro che c'erano state tracce anche prima, ma nel Novecento questa cosa esplode e noi che siamo qui ne siamo stati testimoni, si tratta di un tempo che abbiamo vissuto. Negli scorsi decenni la salvezza tramandata da quel sistema ideazionale rivela la sua insufficienza. La salvezza adesso ci vuole qui ed ora, sulla terra quotidiana e senza aspettare il cielo, domenica prossima possibilmente; non c'è più tempo e non c'è più nulla ormai da attendere. La mentalità tecnica e oggettivistica fa sentire l'uomo quella specie di dio-protesi cui fa cenno Freud nel Disagio della civiltà che leggeremo insieme. Egli è ora un essere per il quale il tempo e l'attesa sono un male da estirpare come ogni ostacolo che si oppone al suo bisogno di affrettati assoluti. Tutto il sistema mentale dei secoli precedenti viene mantenuto nel Novecento, ma è come se adesso scorresse nella mente umana al modo di un nastro accelerato. Sembra che i nostri cervelli ormai vecchi di millenni, di cui gli ultimi due
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