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Numero 17

Psicanalisi e Filosofia

Jean-Luc Nancy
passi tratti da
L'esperienza della libertà
Einaudi 2000
II parte
(la prima parte di questi frammenti è al Numero 13)

Benché il senso della parola «libertà» resti indefinito e il relativo concetto filosofico resti intrappolato nei confini dell'ontologia della soggettività, questa parola conserva tuttavia un carico di storia e di tradizione, in cui riecheggia uno slancio che non ha mai smesso di bucare la corteccia della necessità, una voce che non ha mai smesso di ricordare che è necessario scrollarsi di dosso l'ananke e che il destino ci pone a confronto unicamente con la libertà, un carico di tradizione, dunque, di cui non si può trascurare la gioia e la forza del richiamo, benché se ne sia fatto spesso cattivo uso. Non si tratta di facili appelli all'autosufficienza e all'autosoddisfazione, come quelli dell'invidualismo liberale o libertario. Si tratta di un richiamo all'esistenza, e dunque anche alla finitezza in cui l'esistenza trascende - e in virtú della quale essa contiene anche in sé, nel proprio essere, la struttura e la tonalità dell'appello: del libero richiamo alla libertà (p. 44).

E l'«abisso» (qualsiasi cosa Heidegger intenda con questa parola) non si «apre», per effetto di qualche necessità, per donare o assegnare qualche cosa. L'abisso non è la riserva essenziale
a partire dalla quale si produce, in virtú di un processo necessario d'estrazione o generazione, ciò che sopraggiunge al pensiero. L'«abisso» (della libertà) è il fatto che ci sia qualche cosa, e basta. Non «è» dunque altro, in quanto abisso, che lo «scatenamento» di ciò che «ne» affiora, o meglio, dato che l'abisso non possiede né sostanzialità né interiorità, l'«abisso» - il termine evoca comunque troppo la dimensione della profondità - non è altro che lo scatenamento, la prodigalità o la generosità dell'essere-nel-mondo di qualche cosa. E ciò che dona il pensiero, nel senso che il pensiero non è altro che l'essere-abbandonato a questa generosità (pp. 57-8).

Ciò che si prodiga non era prima tenuto in serbo entro i confini di una cinta, e neppure si conteneva in se stesso, come fa un abisso. La generosità precede la possibilità di qualsiasi possesso. Il segreto di questa generosità è il fatto che non si tratta più, qui, di donare ciò che si ha (non si ha nulla, la libertà non ha nulla di proprio), bensí di donarsi - e il sé di questa forma riflessiva non è altro che la generosità, o il generoso della generosità. Il generoso della generosità non è il suo soggetto o la sua essenza. È semmai la sua singolarità, e cioè il suo evento: la generosità accade, dona e si dona donandosi […] (p. 58).

Una libertà che non è un problema o una questione per il pensiero, ma l'apertura stessa del pensiero (p. 59).

L'«abisso » della libertà va allora inteso nel senso che là
libertà non si appartiene. Per cui, là libertà dell'essere non è una proprietà fondamentale, che andrebbe considerata anzitutto come un'essenza, ma è immediatamente l'essere in libertà, o l'essere-libero dell'essere, in cui l'essere si prodiga. E là vita stessa dell'essere, se con vita si intende un'affezione originaria portata à se stessi (p. 60).

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