|
|
|
Samuel Beckett da un'opera abbandonata… [from an abandoned work]… 1957 traduzione italiana integrale, apparsa in Teste-Morte, edizioni Einaudi 1969
da un'opera abbandonata
In piedi fresco e di buon'ora quel giorno, ero giovane allora, pieno d'inquietudini, e via, mia madre sporgendosi dal balcone in camicia da notte piangeva e gesticolava. Dolce fresco mattino, chiaro troppo presto come sempre. Avevo una tarantola di inquietudini in corpo, rabbiose. Il cielo sarebbe presto incupito e la pioggia a cadere per tutto il giorno fino a sera. Ancora azzurro e sole per un secondo, poi notte. Sentendo tutto questo con estrema intensità e come sarebbe stato il giorno, mi fermavo e mi giravo. Indietro, colla testa in giù, cercando di scoprire chiocciola, lumaca o verme. Un grande amore in corpo per tutte le cose immobili e ben radicate, cespugli, ciottoli e simili. Troppo numerose per ricordarle. Anche i fiori di campo. Per nessuna ragione al mondo, finché fosse stato in me, ne avrei mai toccato uno, per coglierlo. Invece se fosse stato un uccello o una farfalla a svolazzarmi sopra o a incrociare sulla mia strada, tutte le cose in movimento, incrociate sul mio cammino o una chiocciola che mi fosse capitata sotto i piedi, no, nessuna pietà. Non per questo uscivo dalla mia strada per raggiungerle, no. Ad una certa distanza spesso mi sembravano immobili, poi, un minuto dopo mi erano tutte addosso. Col mio acuto sguardo avevo visto uccelli che volavano così alti, così lontani, da sembrare immobili e, un minuto dopo, mi erano tutti addosso. Così avevano fatto i corvi. Le anitre sono forse peggiori, se improvvisamente si inciampa e ruzzola fra uno stuolo di anitre o galline o altro genere di gallinacei. Poche cose sono peggiori. Né mai uscirò dalla mia strada per evitare simili cose, anche se evitabili, no, semplicemente non uscirò dalla mia strada, sebbene nella mia vita non sia mai stato su una strada verso qualcosa, ma semplicemente sulla mia strada. Questa strada mi ha portato attraverso folti macchioni, sanguinante, dentro la melma, anche in acqua, anche nel mare m'è capitato di finire, trascinato via dal mio cammino, ricondotto indietro per non affogare. E così morirò un giorno se non mi riprenderanno: affogato o tra le fiamme. Sì, un giorno così la finirò: furioso entrerò a testa bassa nel fuoco, bruciando mi disgregherò. Poi alzavo di nuovo gli occhi e vedevo mia madre ancora alla finestra gesticolante, gesticolante come se mi richiamasse o chissà, o semplicemente gesticolante in un triste impotente amore, e udivo debolmente le sue grida. Il telaio della finestra era verde, pallido, la parete grigia, mia madre bianca e così minuta che potevo vedere dietro di lei (allora era acuto il mio sguardo) l'oscurità della stanza, e su tutto questo il sole tondo appena sorto: tutto ridotto dalla distanza, molto grazioso nel suo insieme, realmente, ricordo, il vecchio grigio e poi l'esile cornice verde e il bianco appena accennato sullo sfondo nero, se solo lei avesse potuto stare ferma e permettermi di guardare tutto questo. No, una volta tanto che desideravo fermarmi e guardare qualcosa non mi era possibile con lei lì che gesticolava, si agitava, piegando
|
|
|