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La psicologia sa che chi si dipinge il male, in qualche modo lo vuole. Ma come accade che il male gli viene incontro con tanto zelo? (Adorno, Minima moralia, p. 159).
"Un pazzo fa molti pazzi": l'abissale solitudine della follia ha una tendenza alla collettivizzazione, che chiama l'incubo in vita. Questo meccanismo patologico concorda col meccanismo sociale oggi determinante, per cui gli uomini socializzati e ridotti, dalla socializzazione, in disperato isolamento, sono assetati di convivenza, e confluiscono in gelidi mucchi (Adorno, Minima moralia, p. 159).
Possiamo allora avanzare una prima, provvisoria definizione della vergogna. Essa è nulla di meno che il sentimento fondamentale dell'esser soggetto, nei due sensi - almeno in apparenza - opposti di questo termine: essere assoggettato e essere sovrano. Essa è ciò che si produce nell'assoluta concomitanza fra una soggettivazione e una desoggettivazione, fra un perdersi e un possedersi, fra una servitù e una sovranità (Agamben, Quel che resta di Auschwitz, p. 99).
Privo di materia a priori, tributario delle realtà che non è e che gli tocca anzitutto realizzare, l'uomo, cosi estraneo, così poco adattato al mondo, cosi distaccato da quest'ultimo, si pone lo strano problema della realtà del mondo esterno (Anders, Patologia della libertà).
Molte cose rimangono problematiche. Per me soprattutto la riflessione sul male. Con la massima irriverenza mi vengono sempre in mente in proposito due versi di Stefan George - "Chi non ha mai preso la mira del punto in cui pugnalare suo fratello / com'è povera la sua vita e com'è sciocco il suo pensiero" (Arendt, Lettera a Heidegger del 18 giugno 1972).
Nessun luogo. Come se si trattasse di un inizio. Perché anche qui, dove la terra sfugge a ogni testimone, emergerà un paesaggio. Come dire che non esiste mai nulla laddove giunge un uomo, persino nel luogo dove tutto è scomparso. Perché lui non può stare in nessun luogo fino a quando non è in nessun luogo, e solo nel momento in cui incomincerà a perdere i punti di orientamento scoprirà dove si trova (Auster, L'arte della fame, p. 114).
Bisogna ritornare sul proprio passato, ma leggermente, come l'arrivo delle prime foglie di primavera lascia una sorta di tulle verde sui rami che si credevano morti. (Balthus, Memoires de Balthus, p. 221).
L'essere che io aspetto non è reale. […] l'altro viene là dove io lo sto aspettando, là dove io l'ho già creato. E se lui non viene, io lo allucino: l'attesa è un delirio (Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, p. 41).
La poesia è il nostro fondamento. Ma non sappiamo definirla (Bataille L'erotismo, p. 32)
Il mondo va avanti solo per effetto del Malinteso. Attraverso l'universale Malinteso tutti si mettono d'accordo. Poiché, se per disgrazia ci si capisse, non si potrebbe mai essere d'accordo (Baudelaire, Il mio cuore messo a nudo, in Opere, p. 1444).
Ma cos'è la realizzazione ? L'identificazione del soggetto con l'oggetto del suo desiderio. Nel frattempo il soggetto è morto, e forse parecchie volte (Beckett, Proust, p. 27).
Finestre, ritagliate in muri malandati e dietro le quali arde una lampada (Benjamin, Infanzia berlinese intorno al millenovecento, p. 87).
Figure troppo reali per durare (Blanchot, Une voix venue d'ailleurs, p. 17).
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