Edmond Jabès
Poesie per i giorni di pioggia e di sole
Manni, 2002

Ogni porta ha come custode una parola. (Parola lasciapassare, parola magica.) (p. 51).

Non c'è - ne sono convinto, adesso - una storia della parola; c'è, invece, una storia del silenzio che ogni parola minuziosamente narra (p. 11).

Ma se in seno al nostro pensiero tutto si pensa già senza di noi, pensare non è forse affrontare tutti i pensieri estranei che ci assalgono e che forse non sono altro che l'ultima resistenza della cosa all'idea che di essa ci facciamo? (p. 44).

Il pensiero si nutre di racconti: il proprio e quelli che si dipanano sotto i nostri occhi attenti o indifferenti, impietriti o inorriditi.
Il pensiero pensa, si pensa, nel momento in cui il proprio racconto prende forma. Il pensiero è all'origine del racconto che l'accompagna e a cui si accompagna. Esso si spegne nel punto in cui il racconto finisce, perché il suo cammino è quello del racconto che esso stesso dispiega. La storia del pensiero si confonde, nella sua vulnerabilità, con la nostra storia (pp. 44-5).

Parole estranee all'uomo, come la qualità del pelo è estranea al gatto, sono comodamente installate nella nostra memoria, parole che ci danno la caccia, parole tiranne. Ma c'è anche una parola che ci salva. E sempre per una parola ci si suicida (p. 51).

Parlare di sé è sempre mettere in imbarazzo la poesia (p. 53).

Ci sono parole come "Ahimè" che, stanche di uccidere, hanno scelto la solitudine (p. 69).

Ho sempre preso l'estremità delle mie dita per l'origine dei suoi capelli (p. 77).

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Psicanalisi critica