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Numero 13

Psicanalisi e Filosofia

Jean-Luc Nancy
passi tratti da
L'esperienza della libertà
Einaudi 2000


Ma se il pensiero, alla fine, fosse ridotto all'impotenza dal male e richiamato severamente al pudore? O peggio, se fosse posto dal male dinanzi alla propria indegnità? (p. 125).

Se non pensiamo l'essere stesso, l'essere dell'esistenza abbandonata, o l'essere dell'essere-nel-mondo, come «libertà» […] siamo condannati a pensare la libertà come un'«Idea» e come un «diritto» puri, per concepire in compenso l'essere-nel-mondo come una necessità assolutamente cieca e ottusa (p. 4).

Ma se la libertà è qualcosa, è proprio ciò che svanisce una volta fondato (p. 5).

Se da un lato qualcosa si chiude, infatti, dall'altro qualcosa sboccia, anche se non ci accorgiamo di nulla e ci sentiamo in preda alla desolazione, anche se ci mancano le parole e il pensiero per questa fioritura (immagine troppo organica e troppo «naturale» per qualcosa che costituisce anche un'irruzione): qualcosa sboccia, poiché l'evento della chiusura produce a sua volta storia e poiché ciò che esso porta a compimento, sul suo limite interno, corrisponde anche, sul limite esterno, a una inaugurazione (pp. 8-9).

La malvagità non ha in odio questa o quella singolarità: ha in odio la singolarità in quanto tale, e il rapporto singolare tra le singolarità. Ha in odio la libertà, l'uguaglianza, la fraternità: ha in odio la spartizione (p. 133).

Il male e il bene sono possibilità congiunte, non nel senso però che l'uno e l'altro siano offerti inizialmente alla scelta della libertà - non ci sono
prima il bene e il male, e poi la libertà con le sue scelte -, ma nel senso che la possibilità del male (che si rivela, in ultima analisi, una devastazione della libertà) è congiunta al mettersi in gioco della libertà (p. 10).

La libertà rinuncia a sé quando cede [la sua] essenza in cambio di un'identificazione con l'altro (con l'Idea). E la libertà che ha rinunciato a sé riduce la libertà di sé e dell'altro (p. 11).

La filosofia, dunque, si è già-sempre affidata al pensiero di qualcosa che non può padroneggiare né indagare: ed è questo che si intende, assai semplicemente, per «essere-libero». Noi, peciò, non siamo liberi di pensare la libertà o di non pensarla, ma il pensiero (o l'uomo) è libero
per la libertà: il pensiero è affidato a qualcosa ed è liberato per qualcosa da cui è già-sempre ecceduto, sopravanzato, debordato. Ma è così, in definitiva, che il pensiero riesce a occupare un posto in questo mondo, fatto di relazioni viventi e concrete, di decisioni urgenti e gravi (p.34).

Ma il pensiero […] è piuttosto l'esperienza dei suoi stessi limiti. Ed è un'esperienza siffatta poiché costituisce, materialmente, un'esperienza della libertà, di una libertà incarnata in una corporeità intrattabile, quella della nascita e della morte. Dire della nascita e della moprte che «le si può solo pensare» vuol dire che «si può pensare solo in esse», e in esse è la libertà a porsi in gioco (p. 126).

La malvagità consiste nel sorprendere il bene là dove esso non è ancora avvenuto: la malvagità è il bene nato morto. È un accanimento infinito che distrugge la promessa, la sola promessa del bene, ancora senza significato e senza consistenza (pp. 130-31).

La malvagità è quindi la libertà che si scatena nella distruzione della propria promessa - alla stregua di Lucifero, inizialmente promesso a un destino sublime. Ma dal momento che non ci può essere una pura «promessa» della libertà, che riposa invece interamente sulla sorpresa di sé stessa, è la libertà a scatenarsi dentro di sé e contro di sé (p. 131).

Il male è l'odio dell'esistenza in quanto tale (p. 133).

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