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L'incertezza delle voci Per una psicanalisi dello sviluppo Edizioni ETS
A chi si rivolge il libro
A psicanalisti, psicoterapeuti, psicologi, studenti e appassionati dello sviluppo umano. Al campo della filosofia, della scienza e della medicina là dove si sia interessati alla psicanalisi. A chi sia appassionato di letteratura, arte, religione e forse altro ancora. Ma soprattutto: a coloro che temono che la psicanalisi sia un bene, a coloro che preferiscono pensare che sia un male; infine a coloro per i quali la fatica della questione umana non si volge soltanto in fuga più o meno convincente (ma la rimozione riuscita, per sua stessa essenza, non esiste...), in tornaconto sintomatico evidente o in limiti forzatamente disposti, ma è anche, pur con tutto il suo peso, qualcosa di interessante, che valga la pena interrogare. Sapendo, fin dall'inizio, che il lasciar avvenire la domanda è più probabile che prepari l'inquietante, più che la risposta. Proprio ciò, in fin dei conti, piace o non piace. Il lettore cui non piace, troverà nelle voci del libro ampi motivi di rammarico per l'assenza di un pensiero tecnico o di una consolazione scientifica relativa alla sistematizzazione del sapere analitico. Come sentirà la mancanza di principi unificatori, di cause (dell'inconscio, dell'io o del significante ridotti a ragione esplicativa, perni su cui far ruotare l'impalcatura del sapere). Non potrà reperire ingenti tributi alla volontà di sapere. Tuttavia, la lettura gli sarà comunque utile, proprio per sentire confermata e rafforzata la propria diversa posizione, se questo è il suo destino. Il lettore cui ciò piace, si troverà ad affrontare molte tentazioni di segno contrario. Infatti, la volontà di sapere, il pensiero che pensa per cause e rimedi, è così ingombrante che nessun testo, per il solo fatto che si scrive può supporre a priori di averla eliminata. Proprio questo sarebbe in anticipo il passo più falso. […]
Come accade in un'analisi, anche il discorso della psicanalisi non può che costruirsi per frammenti. La loro raccolta scrive un discorso del tutto discontinuo, ogni voce e perfino quasi ogni paragrafo di questo libro potrebbe essere letto da solo, o in una differente successione. A mio parere, come direbbe Theodor W. Adorno, si tratta di una necessità intrinseca alla cosa stessa. Spero di farlo sentire. Se l'essere è domanda in atto e se un testo desidera parlare di tale eterna continuità interrogante, da cui pure nel momento in cui prende voce deriva, non può che eliminare la forma ontologica del tractatus. Oppure, assumerla talvolta con umorismo. L'«uno dopo l'altro», il percorso lineare, la progressione ragionevole, tanto gradita al discorso del sapere in quanto dominio nei confronti di ciò che in tal modo è il suo «oggetto», qui non è possibile, se non a prezzo di un sostanziale misconoscimento. Questa «tecnica» è «inadeguata alla struttura molto complessa delle nevrosi», ma lo è anche riguardo a quanto e a come il sapere psicanalitico pensa se stesso. Nel momento in cui è spinto a mettersi sulla scena della rappresentazione di sé, esso incontra, insieme alla volontà di farsi intendere, la necessità di non ingannare. Dunque non può che essere parziale, un catalogo che ha nella sua apertura la garanzia che l'inconscio possa essere accolto nel suo essere senza termine, dove le cose vanno e vengono, senza sosta.
Infine, si tratta inevitabilmente di scrivere intorno alla finitudine. Nessun domandare umano, per tacere delle proposte di soluzione, è in grado di separare dal fatto che non siamo dèi e che neppure il sapere si ritrova come assoluto. A causa di tale mancanza il lavoro del fantasma, dell'immaginario o del sintomo tenta incessantemente di suturare la domanda dell'essere, domandola in una visuale senza doni. Se la finitudine umana resta non aggirabile, è necessario che ne consegua solo e soltanto una concezione di ciò che si sviluppa in termini altamente difensivi, è obbligatorio che dell'educazione, dello stare insieme e della stessa psicanalisi si imponga unicamente una prospettiva improntata alla «logica del non volerne sapere»? O non sarà proprio l'angoscia (l'inconscio, il domandare) a poter dare voce alla stessa incertezza che la implica, se ascoltata differentemente dalla volontà di dominare e controllare? Delle due l'una: o continua il dovere (dover essere) dell'uomo a credersi immortale - quel che prevale solitamente, orientando del suo misconoscimento ogni idea in merito a ciò che si sviluppa -, oppure si lavora tentando, per quanto è possibile, di non misconoscere né la finitudine né il ripudio che in genere la accompagna. Darle voce, in fondo.
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