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grossato. Per fargli piacere, mio fratello, il secondo, e i miei cugini primi andarono con la camionetta a cercare un pioppo; intanto mio zio, il più vecchio, e mia madre infilavano i raggi della ruota nel mozzo, e io preparavo un cerchio di ferro. Era quando ci divertivamo di più perché si sentivano martellate dappertutto, le mie sorelle ululavano in salotto, i vicini facevano ressa al muretto scambiandosi le loro impressioni, e nel solferino e nel malva del tramonto spiccava alto il profilo della forca e si vedeva mio zio, il più giovane, a cavallo della barra trasversale mentre fissava il gancio e preparava il nodo scorsoio. A questo punto la gente in strada non poteva fare a meno di rendersi conto di ciò che stavamo facendo, e un coro di proteste e di minacce ci incoraggiò piacevolmente a coronare la giornata con l'erezione della ruota. Alcuni scalmanati avevano avuto la pretesa di impedire a mio fratello, il secondo, e ai miei cugini primi di far entrare in casa il magnifico pioppo che avevano portato con la camionetta. Un conato di tiro alla fune fu schiettamente vinto dalla famiglia al completo che, tirando disciplinatamente il tronco, riuscì a farlo entrare nel giardino con un bimbetto impigliato nelle radici. Mio padre in persona restituí la creatura ai suoi esasperati genitori facendola passare cortesemente dall'inferriata, e mentre l'attenzione generale era concentrata su questi scambi sentimentali, mio zio il piú vecchio, aiutato dai miei cugini primi, infilava la ruota in una delle estremità del tronco e quindi la sollevava. La polizia arrivò esattamente quando la famiglia, riunitasi sulla piattaforma, commentava favorevolmente il bell'aspetto del patibolo. Solo mia sorella, la terza, era rimasta vicino alla porta e a lei toccò dialogare con il vicecommissario in persona; non le fu difficile convincerlo del fatto che lavoravamo su proprietà privata, a un'opera che solo se usata poteva rivestire un carattere anticostituzionale e che i mormorii dei vicini erano figli dell'odio e frutto dell'invidia. Il sopraggiungere del buio ci evitò altre perdite dì tempo. Alla luce di una lampada a carburo cenammo sulla piattaforma, spiati da un centinaio di vicini pieni di rancore; mai il porcellino in salmì ci sembrò più squisito né piú scuro e dolce il nebbiolo. Un venticello di tramontana cullava dolcemente la corda patibolare; una o due volte stridette la ruota, come se i corvi vi si fossero già posati per mangiare. I curiosi cominciavano ad andarsene. masticando vaghe minacce; afferrate all'inferriata rimasero venti o trenta persone che sembravano aspettare qualcosa. Dopo il caffè, spegnemmo la lampada per dar via libera alla luna che stava arrampicandosi sulle colonnine della terrazza, le mie sorelle ulularono e i miei zii e i miei cugini percorsero lentamente la piattaforma facendone tremare il basamento con i loro passi. Nel silenzio che seguì la luna andò a posarsi all'altezza del nodo scorsoio e sulla ruota parve stendersi una nube dai bordi argentati. Le guardavamo dall'inferriata, cosí felici che era una delizia, ma i vicini mormoravano, come al bordo di una delusione. Accesero sigarette e se ne andarono, alcuni in pigiama, altri piú lentamente. Restò la strada, un fischio di guardia lontano e l'autobus 108 che passava ogni tanto; noi eravamo già andati a letto e sognavamo festeggiamenti, elefanti e abiti di seta.
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