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[Il Corso di quest'anno (L'incerto. Discorso sul padre) si è concluso il 15 maggio. Nell'ultimo incontro è stato letto questo testo.]
SIMULACRI
Siamo una famiglia insolita. In questo paese, dove si fanno le cose per dovere o per vanagloria, a noi piacciono le libere occupazioni, i lavori perché sí, i simulacri che non servono a niente. Abbiamo un difetto: ci manca originalità. Quasi tutto quel che decidiamo di fare è ispirato - diciamolo francamente, copiato - da modelli celebri. Se una qualche novità apportiamo, è sempre inevitabile: gli anacronismi o le sorprese, gli scandali. Mio zio, il più vecchio, dice che siamo come le copie in carta carbone, identiche all'originale, salvo il colore, la carta, lo scopo. Mia sorella, la terza, si paragona all'usignolo meccanico di Andersen, il suo romanticismo arriva alla nausea. Siamo in molti e viviamo in via Humboldt.
Facciamo cose, ma è difficile raccontarlo perché, parlandone, manca l'essenziale, l'ansia e l'attesa di quando stiamo facendo cose, la sorpresa tanto più importante dei risultati, i fiaschi che buttano a terra l'intera famiglia come un castello di carte e per giorni e giorni non si sentono che lamentele o risate. Raccontare ciò che facciamo è appena un modo per riempire i vuoti inevitabili, perché a volte non abbiamo un soldo o finiamo in prigione o all'ospedale, a volte qualcuno muore o (mi rincresce dirlo) qualcuno tradisce, rinuncia o entra a far parte della Direzione Generale dell'Intendenza di Finanza. Ma non si creda per questo che ci troviamo in cattive acque o che siamo malinconici. Abitiamo nel quartiere di Pacífico, e facciamo cose tutte le volte che ci è possibile. Siamo in molti e siamo pieni di idee e di voglia di metterle in pratica. Per esempio il patibolo, fino ad oggi non siamo riusciti a metterci d'accordo sull'origine dell'idea, mia sorella, la quinta, afferma che fu di uno dei miei cugini primi, che sono molto filosofi, ma mio zio il più vecchio sostiene che venne a lui dopo aver letto un romanzo di cappa e spada. In fondo ce ne importa poco, quel che importa è fare cose, e per questo ne parlo quasi senza voglia, più che altro per non sentire troppo da vicino la pioggia di questo vuoto pomeriggio. Cosa insolita in via Humboldt, la casa possiede un giardino sul davanti. Non é più grande di un patio, ma è piú elevato di tre gradini rispetto al piano del marciapiede, e questo é sufficiente per dargli uno spettacolare aspetto di piattaforma, ubicazione ideale per un patibolo. Dato che il giardino è cintato da un muretto e da un'inferriata, si può lavorare senza avere i passanti, come si dice, fra i piedi; possono appostarsi al di là del muretto e restarci per ore, ma questo non ci dà noia. «Inizieremo con la luna piena», ordinò mio padre. Di giorno andavamo a cercare legna e ferri nei cortili di Avenida Juan B. Busto, ma le mie sorelle restavano a casa praticando l'ululato del lupo, dopo che mia zia, la piú giovane, aveva sostenuto che i patiboli attirano i lupi e li incitano a urlare alla luna. I miei cugini si erano assunti l'incarico di provvedere ai chiodi e ad altre ferramenta; mio zio, il piú vecchio, disegnava i piani, discuteva con mia madre e mio zio, il secondo, studiava la varietà e la qualità degli strumenti di tortura. Ricordo come si concluse la discussione: austeramente decisero per una piattaforma sufficientemente elevata, sulla quale sarebbero state erette una forca e una ruota, con uno spazio libero destinato a torturare o a decapitare secondo i casi. Mio zio il piú vecchio era del parere che questo piano fosse molto piú povero e meschino della sua idea originale, ma le dimensioni del giardino sul davanti e il costo dei materiali hanno sempre limitato le ambizioni della famiglia. Cominciammo la costruzione una domenica pomeriggio, dopo i ravioli. Anche se mai ci siamo preoccupati di ciò che possano pensare i vicini, è evidente che i pochi curiosi immaginavano che stessimo costruendo due o tre ambienti per ampliare la casa. Il primo a stupirsi della cosa fu don Cresta, il vecchietto di fronte, che venne a domandarci perché installassimo una simile piattaforma. Le mie sorelle si raggrupparono in un angolo del giardino e diedero in alcuni ululati di lupo. Accorse un bel po' di gente, ma noi continuammo a lavorare fino a notte, fino ad aver terminato la piattaforma e le due scalette (per il sacerdote e il condannato, che non devono mai salire insieme). Il lunedí, una parte della famiglia andò ai rispettivi uffici e lavori, dato che di qualcosa bisogna pur morire, e noialtri cominciammo ad alzare la forca mentre mio zio il più vecchio consultava antichi disegni per la ruota. La sua idea era di collocare la ruota il più in alto possibile su un palo leggermente irregolare, per esempio il tronco di un pioppo ben di
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