Una porta su Edmond Jabès:

Uno straniero
con, sotto il braccio,
un libro di piccolo formato

Lo straniero ti permette di essere te stesso, facendo di te uno straniero (11).

Si può immaginare l'Altro, astraendo dall'Altro?
L'Altro è lo specchio senza stagno nel quale l'altro si guarda (13).

- La domanda che ti rivolgo non è: «Chi sei?», ma: «Cosa mi porti?» (15).

Tu sei lo straniero. Ed io?
Io sono, per te, lo straniero. E tu?
La stella, sempre, sarà separata dalla stella; questo solo le avvicina: la volontà di brillare insieme (19).

«Se nessun luogo è il mio, quale sarà il mio vero luogo?
«Dal momento che sono vivo, devo pur essere presente da qualche parte» - diceva un saggio.
«Che il vero luogo - gli risposero - sia nell'assenza di luogo?
«Il luogo, appunto, di questa inaccettabile assenza?»
E il saggio disse: «Abitabile infinito. Per quelli della mia razza, oasi di grazia» (19).

Non si scrive mai il libro, ma solo la sua origine e la sua fine, questi due abissi (23).

«Ciò che lo scrittore mostra non è se stesso, ma le parole che lo descrivono e lo raccontano. Ombre e luci di una stessa ora, di una stessa vita» (23).

Da sempre io so che le sue parole sono le mie: ma esse sono così ancorate nella memoria da rendere necessario che una voce contemporanea me le restituisca (23).

«Ogni libro è fuori del tempo, diceva. Lo scrittore si sforza di farlo entrare nel suo secolo. Se ci riesce, vuol dire che il libro è buono; se fallisce, offrirà al suo lettore solo qualche pagina ingiustificabile» (23).

«Lo scrittore è lo straniero per eccellenza. Messo dovunque al bando, si rifugia nel libro da dove la parola lo espellerà. Ogni volta è a un nuovo libro che egli dovrà, provvisoriamente, la propria salvezza (24).

Essere se stessi significa essere soli. Abituarsi a questa solitudine. Crescere, operare, in seno alle proprie naturali contraddizioni. «Io» non è l'altro. È «Io». Scavare questo «Io»: tale è il compito che ci spetta (25).

Bisogna imparare a scrivere con parole inzuppate di silenzio (29).

«Pensa. Legati al tuo pensiero come a una donna della quale tu sia follemente innamorato.
«Non esiste pensiero senza desiderio» 836).

Il male è nella parola.
Parola che fa male e che, stranamente, consola.
Il mistero è nella sua estraneità (39).

Giacché lo straniero non è colui che fin dall'inizio ci appare come uno straniero, ma piuttosto colui che si ribella al fatto di non poter essere preso per lo straniero che è ai suoi propri occhi (42).

Se ho sempre preso le distanze da comunità, collettività, associazioni, raggruppamenti, gruppi, gruppuscoli, è perché nell'intimo sapevo che dovevo onorare lo straniero e che, grazie a lui, mi era possibile sperare di essere me stesso e di essere riconosciuto come tale (43).

Nessuno attende lo straniero. Lo straniero è il solo ad attendere (45).

Edizioni SE, Milano 2001; i numeri sono quelli delle pagine.




         Arrivederci
al prossimo numero
di   Psicanalisi critica

Torna a Indice Numero 11