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Alberto Zino

L'arte per cui morire.
Il transfert e il destino dello psicanalista

Conferenza del 10 novembre 2001
Istituto Gradiva, Firenze



«Si narra che Potemkin soffriva di depressioni ricorrenti a intervalli piu o meno regolari, durante le quali nessuno gli si poteva avvicinare e l'accesso alla sua camera era severamente vietato. A corte non si parlava mai di questa malattia, soprattutto perche' si sapeva che ogni accenno ad essa era sgradito all'imperatrice Caterina. Una di queste depressioni del cancelliere durò particolarmente a lungo. Ne risultarono seri inconvenienti; negli uffici si accumulavano gli atti che era impossibile sbrigare senza la firma di Potemkin, e di cui la zarina chiedeva la decisione. Gli alti funzionari non sapevano che cosa fare. In questo frangente il piccolo, insignificante scrivano Suvalkin capitò per caso nelle anticamere del palazzo ministeriale, dove i consiglieri erano riuniti come al solito a piangere e a lamentarsi. «Che cosa accade, Eccellenze? In che posso servire le vostre Eccellenze?», s'informò lo zelante Suvalkin. Gli spiegarono il caso, rammaricandosi di non potersi giovare dei suoi servigi. «Se è soltanto questo, signori, - rispose Suvalkin, - date a me gli atti, ve ne prego». I consiglieri, che non avevano nulla da perdere, cedettero alla sua richiesta, e Suvalkin, col fascio degli atti sotto il braccio, si diresse, attraverso gallerie e corridoi, alla volta della camera da letto di Potemkin. Senza bussare, senza neppure fermarsi, abbassò la maniglia. La stanza non era chiusa. Nella penombra Potemkin era seduto sul letto a rosicchiarsi le unghie, in una vestaglia consunta. Suvalkin si avvicinò alla scrivania, immerse la penna nell'inchiostro, e, senza dir motto, la mise in mano a Potemkin, prendendo a caso una pratica e posandola sulle sue ginocchia. Dato uno sguardo assente all'intruso, Potemkin eseguì come in sogno la firma; poi un'altra, e poi tutte quante. Quando ebbe in mano l'ultima, Suvalkin si allontanò senza cerimonie, come era venuto, col suo dossier sotto il braccio. Sollevando gli atti in gesto di trionfo, entrò nell'anticamera. I consiglieri gli si precipitarono incontro strappandogli di mano le carte. Si chinarono su di esse trattenendo il respiro; [...]»


Signore e signori, oggi raccontiamo una storia.
Gran parte l'abbiamo appena detta. Il resto fra un po'.
Come alcuni tra voi sanno, insisto spesso sul fatto che l'analista sia una persona che volendo avrebbe delle storie da raccontare. Per questo la forma del nostro incontro di oggi è quella di un racconto di qualcosa di me che vi parlo: come se rispondessi a delle domande.
So che la cosa non è facilmente credibile da parte di alcuni di voi che mi conoscono meglio, tuttavia di questo si tratta, in realtà.
La questione del domandare è quella che ci tiene a sufficienza, ci tiene legati alla vita e ai modi dell'esistere. Invece quello che chiamo il mondo delle risposte è quella cornice di cui abbiamo bisogno per vivere, ma che non è - o non dovrebbe essere - l'essenziale.
Anche perché il domandare, il nostro incessante camminare tra le domande, ha assolutamente bisogno di noi; mentre il mondo delle risposte può benissimo farne a meno.
Talvolta può capitare di rispondere a qualche domanda. Non è scandaloso.

In passato sono state fatte domande sull'analisi, intorno alla psicanalisi. Mi riferisco all'esperienza che ora procede qui, in questa sala dove siamo, e che dà luogo a questo seminario che va avanti da dieci anni, il "Corso di Psicanalisi" che tengo il mercoledì. Molte domande hanno circolato in questa esperienza. Lo fanno ancora. Sono loro che cerco adesso di sviluppare, o sono loro che mi sviluppano: bisogna pure lasciarsi crescere da qualcosa.

In passato. In fondo è da lì che sempre arrivano le domande. Nessuna giunge dal presente. Esse provengono dall'origine.
Sapete che la questione
dell'origine è uno dei punti chiave della mia elaborazione, un luogo dove spesso faccio ritorno, in forma orale e scritta, come si dice a scuola.
Le domande che tessono e ricuciono la nostra esperienza non possono mai affrancarsi dalla

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