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Numero 8

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non vi lascia nel vuoto della pagina bianca riguardo alla colpa. Vi dice una grande cosa. Colpa: dal latino culpa, privo di connessioni fuori dall'Italia. Questo, in un Avviamento alla etimologia  italiana e non turca o armena, significa che c'è il vuoto. Nasce con la lingua italiana e non si sa né quando, né come, né da dove viene. Neppure dove va.
Allo stesso modo di
causa, la parola colpa è «priva di connessioni etimologiche». A un certo punto degli umani in questa penisola hanno detto questa parola. Evidentemente la cosa deve essere stata apprezzata; la parola ha tuttora un certo successo. È raro che capiti una giornata nella vita senza sentire, anche solo per un attimo, qualcosa come un senso di colpa.
I Romani da dove hanno preso
culpa e causa? Non si sa. Forse dal Greco. Qualcuno del periodo ellenistico, un po' più tardo, storicamente più vicino? Ma no. I Greci quando hanno cominciato con la "causa" hanno detto: aitìa; e hanno continuato così. Aitìa fino alla fine. Causa non lo diceva nessuno.
Ma che strano. Due parole così fondamentali per la nostra vita, storia e quant'altro, non hanno un'
origine del tutto soddisfacente. Semper incertae sunt. Può darsi che sia una coincidenza.

Passo ora, come facciamo sempre ormai per tradizione, alla puntuale lettura e commento del nostro testo principale, cioè il
depliant.
Ho saputo che qualcuno di voi ha osato proporre delle lamentele. Pare che, così dicono le malelingue che si annidano
inter vos, ci sia un fatale errore di stampa sul depliant. Esso si ostinerebbe ad affermare che il Corso avrebbe dovuto iniziare mercoledì 20 ottobre dell'anno duemila. A parte il fatto che in una pagina successiva c'è scritto 18 ottobre, che è in effetti la data di oggi, quindi con un qualche acume confidavo che sareste arrivati qui al tempo giusto, come infatti è stato, quel che mi fa specie è che qualcuno di voi abbia davvero pensato ad un errore di stampa.
Quest'anno lavoreremo su Lewis Carrol, prete, grande fotografo, matematico, un importante studioso di logica, anche un po' appassionato di bambine, come testimoniano le fotografie color seppia che ci ha lasciato.
Alice nel paese delle meraviglie fa parte di quei rari libri che mettono in questione la necessità del senso di colpa fra gli umani. Qui Alice, nel suo wonderland, la terra dello stupore, incontra strani personaggi: un coniglio - il protagonista della mia ultima fatica letteraria, in un libro scritto insieme a Sebastiano Tilli, Lorenzo Zino, Silvana Caluori e altri, è appunto un animale di questo genere. La psicanalisi dei conigli è una fruttuosa frontiera inesplorata -, un cappellaio matto, una lepre nata di marzo. Costoro si trovano insieme a prendere un tè. Qualcuno si è chiesto perché uno dei titoli di quest'anno è "Lipton", ora sapete il motivo, non si tratta di un ignoto analista scandinavo. Il giorno di quella lezione noi prenderemo un tè, al modo in cui l'anno scorso abbiamo accettato l'invito a cena di Platone.
Quel pomeriggio i personaggi sono riuniti
at five o'clock;  per un compleanno, direte. No. Un non-compleanno. Un non-compleanno è molto più importante di un compleanno. Perché ce ne sono 364 e non uno solo, in un anno. Nonostante ciò, gli umani si ostinano a festeggiare quel solo. Per lo stesso motivo nel depliant ho messo un giorno inesistente. Per celebrare l'intuizione di Carrol.
Purtroppo non è andata così. Sarebbe stato bello. È stato solo un errore di stampa. Ma l'invito per un non-giorno mi attira. Può darsi che i non-giorni siano più importanti dei giorni. È probabile che ne avremo da passare di più.

Proseguo ad illustrarvi il programma. I titoli delle sezioni non sono tre verbi o tre argomenti, bensì tre nomi di scrittori. Ciò significa che dedichiamo la prima serie a Federico Garcia Lorca, alcuni titoli sono dei suoi versi, la seconda a Carrol e la terza a Jabès.
La prima serie si concluderà ancora su Dio, come oggi comincia. Di un Dio che fa domande. Mi soffermo brevemente.
Consideriamo la concezione medievale dell'amore che domina fino al XVII secolo. Si distingue l'
amore di benevolentia, che spinge a volere il bene di colui che si ama (padre verso i figli) e l'amore di concupiscienza, che vuole il bene solo per chi ama e fa desiderare di appropriarsi dell'oggetto dell'amore. Ad esempio, amore per il vino o per il cavallo. Mi spiace per le signore presenti, ma questi erano gli esempi che si facevano in quel tempo.
In Platone l'amore è desiderio di ciò che non si ha, mancanza e insufficienza, quindi angoscia, inquietudine e aspirazione perenne.
In Plotino ogni amore ritorna all'amore di Dio, in quanto per Platone l'oggetto dell'amore è il Bene. Perciò Dio, che è il Bene assoluto, è l'oggetto naturale e imprescindibile di ogni amore. In Platone il fondamento dell'eros è la mancanza, e si desidera solo ciò che non si ha, anche quando lo si possiede, o si crede di possederlo, come capita nell'amore coniugale. È un tema che abbiamo svolto a lungo l'altr'anno nella lettura del
Simposio. Nell'amore fra due amanti che stanno insieme da molti anni quello che manca è la mancanza. E solo se i due riescono a tenere alta la soglia della mancanza, eros scocca delle frecce. Ma avevamo detto che si tratta della cosa più difficile, dato che si tratta di battere alcune

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