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Numero 8

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Quasi tutte le analisi non concludono, si perdono nelle consolazioni e diventano interminabili. Come i sintomi.

In un'analisi per me quello che conta non è il bene del paziente ma il suo Eros. È una sorta di principio fondamentale. Io non credo d'essere lì per fare il bene, questo lo può fare un medico, uno psicoterapeuta ma non uno psicanalista.
Il mondo è pieno di strategie che consentono di approdare al bene. Può darsi addirittura che lo stesso sintomo non sia altro che questo: a volte un'enorme impalcatura, una cattedrale intera che però ha un preciso disegno: di portarti in un'idea del bene, fosse anche quella dell'anoressica o del depresso che non sono affatto esenti dall'idea del bene per il fatto che almeno in apparenza frequentano l'utilità del male.
Io non credo che noi abbiamo questo compito; credo che abbiamo il compito di far sì che la persona incontri o incontri di nuovo il suo Eros.  Il suo Eros, in senso analitico, non significa che poi esce dallo studio dell'analista e salta addosso a tutti. Il suo desiderio, è quello che abbiamo di mira: che quel desiderio parli, dica, sblocchi delle cose, si faccia sentire. Come?

La questione adesso non è come formare, ma come rendere appassionante la formazione.

Quello che voglio dire è che l'idea di libertà proviene da un gesto di sopravvivenza e di domanda: che l'umano si accordi con l'abisso. A questo in
fondo dovrebbe portare una formazione analitica. A un buon accordo con l'abisso.
L'abisso non è per forza una cosa drammatica. Potrebbero essere anche le braccia dell'Altro.

(marzo 2001)


La porta si apre sui Minima immoralia di T.W. ADORNO.

L'oppressione del conformismo che grava su chiunque produca diminuisce ulteriormente le esigenze che questi rivolge a se stesso.

Il rifiuto della cattiva essenza dominante della cultura presuppone che si partecipi di questa inessenza abbastanza da sentirsene prudere le dita ma che, al tempo stesso, si siano tratte da questa partecipazione le forze per disdirla.

Gli impoveriti nello spirito marciano ispirati in quell'inferno che è il loro paradiso.

L'intimità fra gli esseri umani è indulgenza, tolleranza, rifugio per particolarità.

La stessa continuazione della vita ha un che di assurdo come quei sogni nei quali si partecipa al tramonto del mondo e dopo la sua fine si striscia fuori da uno spiraglio della cantina.

Quel che non è reificato, quel che non si lascia contare e misurare, va perduto. Ma così la reificazione non si estende ancora a sufficienza sulla sua antitesi, la vita che non si lascia immediatamente attualizzare, su ciò che continua pur sempre a vivere anche solo come pensiero e ricordo.

Nella psicoanalisi nulla è vero se non le sue esagerazioni.

Nel momento in cui il soggetto, davanti alla strapotenza estraniata delle cose, abdica, la sua disposizione a scorgere ovunque il positivo o il bello manifesta una rassegnazione tanto della capacità critica quanto della fantasia interpretativa, che da quella è inseparabile. Chi trova tutto bello corre il pericolo di non trovar nulla bello. L'universale della bellezza non è in grado di comunicarsi al soggetto altrimenti che nell'ossessione da parte del particolare. Non uno sguardo perviene al bello, dove non sia accompagnato dall'indifferenza, anzi quasi dal disprezzo nei confronti di ogni cosa al di fuori dell'oggetto contemplato.

La rovina viene dal pensiero come violenza, dallo scorciare una strada, la quale unicamente attraverso l'impenetrabile trova l'universale, il cui contenuto è custodito nell'impenetrabilità stessa, non già nell'astratta consonanza di oggetti differenti.