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Numero 8

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nostra costrizione, prevalentemente con risposte, dunque con bisogno di risposte, può avvenire in noi quel torpore sufficientemente letale che non può non farci pensare al sintomo.
Il sintomo è una struttura esistenziale, indipendentemente dai suoi contenuti specifici, che si tratti di isteria, anoressia o paranoia, che
poggia su questa forma di comodità: è meglio un torpore oggi che una trasformazione domani.
La possibilità di meravigliarsi diventa impraticabile se questa possibilità è troppo spaventosa. La meraviglia di cui parla Platone implica il pensiero. Quel pensiero implica l'emozione da cui esso stesso sempre si trae. Quel pensiero e quell'emozione implicano il domandare. Domandare è un rischio.

Una risposta è più comoda. In particolare se viene fornita da altri. Così, vi sono degli umani per i quali resta impossibile domandare. Ciò che scaturirebbe nel momento in cui costoro si lasciassero andare a questa esperienza è insostenibile. Non si può fare. Sarebbe un godimento che si fa sentire subito come dolore. O colpa. Immediatamente.
Per questo la psicanalisi in certe condizioni è impraticabile. Non è per tutti.

«Lo spirito diventa libero solo quando cessa di essere un sostegno» (Kafka).

Theodor W. Adorno, appuntò una volta un pensiero gonfio di amarezza e malinconia: «Dopo Auschwitz non si può più fare poesia». Per fortuna non è stato sempre così, nei decenni successivi. Ma è certo che quando in una stirpe come quella che noi siamo o in un singolo si dà un Auschwitz, si dà una risposta assoluta, che in quanto tale cerca soltanto il nulla, una risposta se è assoluta non cerca più, essa
è già. Deve soltanto provvedere a delle soluzioni, più o meno finali, per il suo dominio. Quando si dà questo in una persona, è probabile che tale instaurazione arrivi dopo vere e proprie guerre, con stermini e tutto. C'è ora intorno una terra bruciata, su cui non si può coltivare né costruire capanne; tantomeno accendere luci, non si può fare nulla.

Si preferisce, in tali casi, tenerci stretta la nostra scontatezza, perfino la noia; alla lunga le risposte sono noiose. Ma abbiamo già capito tutto, abbiamo già tutte le risposte che ci servono, possiamo solo morire di rabbia perché il mondo, gli altri, i parenti, non riconoscono la bontà delle nostre soluzioni.
Cerco di farvi sentire
come il discorso della psicanalisi - quando è tale - risenta costantemente di un domandare inesausto.

Ogni tanto qualcuno chiede: perché non vi fermate? Per quale
ragione non cessate di domandare, non vi acquietate su quel che è già dato? Perché non si può.
Perché la domanda è dell'essere.
E perché la formazione appartiene a questa domanda.
Mentre il discorso umano cui forse troppo spesso siamo abituati ha la forma generale della risposta e non del domandare.

La posta in gioco di un'analisi non è, come tanti credono e troppi promettono, la felicità, ma  la libertà. La felicità non può essere posta in gioco di niente, è un umore, un tratto dell'inconscio che può darsi o no, in ultima istanza la gioia come il dolore restano senza perché.
La
questione della libertà. Ovviamente parliamo della libertà interiore, del senso della libertà. È l'unica che può interessare uno psicanalista. Ma non può darsi neanche l'inizio dell'inizio di un percorso che punti a ciò, se non si è disposti alla meraviglia. Non riguardo a tutto in genere, in particolare ai propri alfabeti personali.

Credo di non avere mai avuto in tutti questi anni un inizio di analisi così bello come quando una persona, seduta per la prima volta di fronte a me, disse: «Mi sento scontato». Non infelice o triste o arrabbiato. Scontato,
svogliato a se stesso. Ma ognuno di noi vive con questo altro che è il suo specchio. Mi dispiace un po' ammetterlo, ma anche voi, che per me siete i non-gemelli, fate questa esperienza dello specchio. Ognuno è specchio a se stesso. Tu con chi vivi, alla fine? Una moglie, un marito, figli, d'accordo, ma in prima istanza? Vivi con te.
E non ti ami? Non può andare.

Un pensiero viene quando è «lui» a volerlo, e non quando «io» lo voglio; «
Esso pensa». Es denkt. (Nietzsche).

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