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1997.
Dobbiamo sempre fare i conti con una storia per stare insieme. Oggi ci confrontiamo con ciò da cui anche la storia comincia, ovvero la questione dell'origine. La storia per stare insieme riguarda questo bambino arrabbiato, le solitudini, il romanzo della famiglia; ed è anche la nostra piccola storia, di noi che siamo qui ad interessarci di queste cose. Siamo insomma presi da tante storie. So che qualcuno di voi, come è già capitato negli anni passati, qualche volta protesta per il fatto che nel Corso incrociamo varie storie, talvolta forse troppe. Vicende di libri, di persone, di esperienze analitiche, anche di noi stessi che un poco ci raccontiamo. Costui non ha tutti i torti. Io per primo penso che sarebbe augurabile riuscire a parlare della questione umana, della famiglia, dei conflitti in una maniera più sistematica. Sarebbe forse per qualcuno perfino più seducente, se potessimo farlo. Si può anche fare, se ci pensate bene vi accorgete che in fondo non è affatto una cosa difficile. Si prendono degli argomenti, dei testi e li si mette in fila, come in una raccolta ordinata. Li si illustra via via, segnalando i legami e le differenze fra loro. Non c'è niente di male in questo tipo di lavoro. A patto, quando si è spiegato bene l'elenco in ogni suo punto e si è giunti al termine, di non considerare la cosa esaurita. Essa, la cosa di cui parliamo, la cosa che qui ci riguarda, non solo non sarebbe in tal modo alla fine, ma forse neppure cominciata.
Avremmo acquisito delle nozioni, anche importanti per la nostra comprensione, e lo avremmo fatto senza troppe storie. Ma in psicanalisi, se si tiene alla radicalità della sua esperienza, dobbiamo riconoscere che non siamo noi a mettere insieme le storie, al contrario sono le storie che ci determinano. Noi siamo incrociati da tante storie, anche se non lo vogliamo. Non ho grande passione per gli inventari, preferisco avanzare con un taglio differente. Esporvi qualcosa della mia esperienza, del modo che ho di ascoltare e vivere queste cose, Anche di leggere dei libri. E vi assicuro che il mio modo personale, privato come ognuno ha il suo, i leggere i libri, non è sistematico né sistemato. Una persona fra voi mi ricorda a volte che i libri sono cose morte, in realtà. Dato che sono degli oggetti. Gli umani sarebbero invece cose vive e sarebbe auspicabile parlare con loro, piuttosto che con della carta. Meglio sarebbe rivolgersi ad un marito, un amante o una cugina, e non a Freud, del quale abbiamo appunto solo una scrittura, e che non era neppure indirizzata personalmente a noi. Quando questa persona mi ricorda amabilmente che i libri, in quanto oggetti, sono morti, vi confesso che provo sempre un piccolo piacere. Non è necrofilia. Ma è
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