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[Una volontà di verità] che preferisce pur sempre un pugno di «certezza» a un'intera carrozza carica di belle possibilità; possono esserci persino puritani fanatici della coscienza, che preferiscono agonizzare su un sicuro nulla piuttosto che su un incerto qualche cosa (Al di là del bene e del male, VI,II,14).
8. […] è tempo, infine, di sostituire la domanda kantiana, «come sono possibili giudizi sintetici a priori?», con un'altra domanda: «Perché è necessaria la fede in siffatti giudizi?» (Al di là del bene e del male, VI,II,16-7).
9. Donde prendo il concetto del pensare? Perché credo a causa e effetto? Che cosa mi dà il diritto di parlare d'un io e perfino d'un io come causa, e infine ancora d'un io come causa dei pensieri? (Al di là del bene e del male, VI,II,21).
10. […] un pensiero viene quando è «lui» a volerlo, e non quando «io» lo voglio; cosicché è una falsificazione dello stato dei fatti dire: il soggetto «io» è la condizione del predicato «penso». Esso pensa: ma che questo «esso» sia proprio quel famoso vecchio «io» è, per dirlo in maniera blanda, soltanto una supposizione, un'affermazione, soprattutto non è affatto una «certezza immediata». E infine, già con questo «esso pensa» si è fatto anche troppo: già questo «esso» contiene un'interpretazione del processo e non rientra nel processo stesso (Al di là del bene e del male, VI,II,21).
11. […] in ogni atto di volontà esiste un pensiero che comanda; - e non si deve in alcun modo credere di poter separare questo pensiero dal «volere», come se il volere dovesse poi continuare a sussistere! (Al di là del bene e del male, VI,II,23).
12. La causa sui è la maggiore autocontraddizione che sia stata concepita fino a oggi, una specie di stupro e di innaturalità della logica: ma lo sfrenato orgoglio dell'uomo l'ha portato al punto di irretirsi profondamente e orribilmente proprio in quest'assurdità (Al di là del bene e del male, VI,II,25).
13. Non bisogna erroneamente reificare «causa» ed «effetto», come fanno i naturalisti (e chi, analogamente a loro, naturalizza teoreticamente), in conformità alla meccanicistica buaggine dominante, secondo la quale la causapreme e spinge fino a «determinare l'effetto»; occorre servirsi appunto della «causa» e dell'«effetto» soltanto come di meri concetti, cioè di finzioni convenzionali destinate alla connotazione, alla intellezione, non già alla spiegazione. Nell'«in sé» non esistono «collegamenti causali», «necessità», «non libertà psicologiche», poiché in questo campo «l'effetto» non consegue «dalla causa» e non vige alcuna «legge». Siamo noi soltanto ad avere immaginosamente plasmato le cause, la successione e la funzionalità di una cosa rispetto all'altra, la relatività, la costrizione, il numero, la norma, la libertà, il motivo, lo scopo; e se foggiamo e infondiamo nelle cose questo mondo di segni come un «in sé», operiamo in ciò ancora una volta come abbiamo sempre operato, cioè in maniera mitologica. (Al di là del bene e del male, VI,II,26).
14. [Questo mondo] ha un suo corso «necessario» e «calcolabile», ma non già perché in esso imperano norme, bensì perché le norme mancano assolutamente e ogni potenza in ogni momento trae la sua estrema conseguenza. Posto poi che anche questa fosse soltanto un'interpretazione - e voi sareste abbastanza solleciti da obiettarmi ciò - ebbene, tanto meglio.- (Al di là del bene e del male, VI,II,28).
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