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Numero 6

Dizionario

Analisi. Formazione

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Riprende il testo della voce Analisi.Formazione.
La puntata precedente si trova nel numero 3.


I transfert, allora. Non se ne può fare a meno. Se sono nelle parole e nei corpi, se li agitano e le dicono, non si capisce perché il soggetto interpretante dovrebbe decidere di eliminarli dalla sua "indagine". Eppure, ancora si riporta, nelle definizioni dei dizionari e delle enciclopedie, il criterio che dovrebbe dividere le "terapie analitiche" da quelle "non analitiche": appunto, la disposizione ad «analizzare il transfert». Come se quest'ultimo avesse luogo prevalentemente per la volontà di chi decidesse di "utilizzarlo"; ciò dice da sé quanto da tempo la mentalità psicoterapeutica abbia ceduto al furore conoscitivo, all'accanimento operante.
I transfert sono l'inconscio. La sua materia, o la stoffa. Se già appare aberrante la volontà terapista di liberarsene, decidendo che non è il caso di occuparsene - si domanda allora: cosa si ascolta, di che si tiene traccia? -, è addirittura comica l'istituzionalizzazione di tale condotta. «Si decide» che la cura si divide in "analitica" e "non analitica", con quel che ne segue. Mentre quella "analitica" deve tener conto dell'inconscio (lo farà? Cosa lo garantisce, se è solo per "dovere" o "per definizione" che lo si stabilisce?), l'altra, detta di principio "non analitica", come un diniego anticipato, di che si occuperà? Tolti i transfert, cioè le parole e i corpi, cosa resta di umano? Una terapia istituita, e dunque un criterio formativo inerente a questa, dovrebbe specificare, in tale caso, come si fa formazione senza le parole ed i corpi. Ci si addestra sui vestiti, la grafologia, le azioni stereotipate del membro di gruppi, lo sviluppo della suzione nel lattante? Ha un senso. Ma non ha a che vedere con la psicanalisi. Che è, come dice Freud, «la scienza dell'inconscio», ovvero, secondo la nostra proposta di "traduzione" dell'espressione freudiana, la questione del sapere dell'inconscio. Dunque, la questione, il domandare che proviene costantemente dai transfert, dall'eccesso, dalla tensione illimitata delle parole e dei corpi che ne sono parlati.

Il problema non è l'esistenza delle terapie - dunque: formazioni - analitiche o non analitiche, cognitive o gestaltiste, seduti o sdraiati, e via di seguito. L'umano è un grande mare, suppongo vi sia posto per ogni natante. Quindi anche per quelli, assai numerosi, che si danno il faticoso compito di reperire, descrivere, inventariare, catalogare gli infiniti tratti dell'eccesso, cioè di quello che viene nominato ben chiaro nelle definizioni della loro scienza, la psicologia: studio del comportamento umano e delle sue motivazioni. Fino a che si descrivono i manifesti effetti dell'eccesso, o dell'inconscio, poco male. Forse c'è anche una certa necessità di mappe, per navigare la superficie dell'abisso. L'inghippo sta quando si tratta di
curare - dunque: formazioni. Lì non bastano le buone bussole. Si tratta di andare sotto, di sporcarsi le mani o immergere le orecchie, nei corpi e nelle parole che li dicono, ed è un po' difficile farne a meno, se si vuole davvero prendersi cura di un umano. L'inciampo, o la poca onestà, sta così nel far credere che si possa curare - dunque: formare - facendo a meno dell'inconscio (delle parole, dei corpi che le innervano).

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