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critico in atto, come scriverne? Come renderne la complessità, dato che si è costretti ad adoperare il linguaggio, vale a dire non solo ciò da cui in prima istanza si è adoperati, ma anche ciò che - per essere linguaggio - offre costantemente a chi scrive e a chi legge la potenza impressionante della volontà di sapere e di oggettivare?
Se si evita questa problematica, la strada è facile: si scrive prendendo a prestito i modi espressivi del discorso medico-scientifico o del semplice «studio del comportamento», più o meno «osservabile». Se non la si vuol evitare, occorre porre la questione della
scrittura in modo altro, rinunciando a quell'esenzione tipica del pensiero tecnico. Ovvero a quell'atteggiamento per cui chi scrive si ritiene dispensato dall'inconscio di cui pure pretende di parlare. Soggetto che pone la propria opzione forte, astraendosi da ciò che in tal modo diviene il suo oggetto.

L'inconscio non lo si deve intendere, prevalentemente, come luogo-deposito, ma sopra tutto come «campo» o «luogo» contraddistinto da garbugli, incontri, percorsi fantasmatici, singolarità erratiche.
Campo o luogo - ovvero
necessariamente qualcosa si struttura: ha per tanto il potere di mostrarsi, evidenziarsi in qualche modo. Anche se ciò che di fatto lo anima non può mai manifestarsi a pieno.
Comunque sia, l'
inconscio è il (non)-luogo riguardo a qualsivoglia pensiero presentativo, l'inassumibile riguardo a quanto si impone come volontà di sapere, volontà interpretante: in somma a ciò che - inevitabilmente - si traduce in accanimento terapeutico (IV).

non siamo
altro che la
vicenda, il de
   stino stesso
     di ciò che,
   pur donando
si,
di fatto
si sottrae.
(LXXXIX).

                  In rapporto all'inco
     nscio non vedo come possa essere
   riassorbito                          nella coscie
  nza, senza p                          er altro indiv
iduare in ciò                          una tendenza                                                     necessariam
ente melanc
onica
(XXXVII).

L'istanza dell'io non può essere padroneggiata dall'io stesso (LXXIV).

Mantenere il rispetto per l'«enigma», per il «mistero», qualora non sia il frutto di un'adesione all'esistente, è l'unico modo (a disposizione) del sapere per non esibirsi e perpetuarsi soltanto come volontà di assoggettamento (LXI).

            A. Rescio, frammenti da
       
In cammino
       verso l'inconscio,
             in "Trieb", rivista delle
                    Edizioni ETS

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