
Freud indica con priorità: il riconoscimento della questione dell'inconscio e del suo domandare inesausto; l'io che non è signore nella propria casa; un'analisi didattica «necessariamente incompleta» ma tenace nel suo passo; il gioco pulsionale non riconducibile ad alcuna pacificazione. Lacan introduce la potenza del significato, inadattabile a ogni senso imposto, e un desiderio inseparabile dalla mancanza che lo agita. Rescio infine rivela quanto il ripudio per la stessa condizione umana favorisca il proliferare di meccanismi di difesa e logiche di adattamento all'esistente.
La psicanalisi critica non solo non abbandona ciò che in queste indicazioni si impone come una necessaria tensione illuminata, ma si pone anche il compito di promuovere l'interrogazione, altrettanto continua, che sola può essere a misura - se mai è possibile - di quel domandare.
Il movimento propone quindi
un'istanza critica alla psicanalisi stessa, nelle forme della sua
teoria, della sua cura e della sua formazione, per favorire la
possibilità che qualcuno la eserciti, al di
là di commistioni con altri saperi relativi alla
condizione umana o dell'inconscio. Con il rispetto dovuto,
andrebbe infatti sottolineato come tali alleanze (con psicologie,
psichiatrie, perfino farmacologie) abbiano quasi sempre
condizionato se non disinnescato il potenziale critico del
domandare psicanalitico, riproducendo in sua vece il concetto di
un'oggettività risolutiva e salvifica, della quale non vi
è traccia nell'umano se non come fantasma: prevalentemente
persecutorio.
In opposizione, il
Movimento di psicanalisi critica offre, attraverso
scritture, lavoro clinico e costruzione di progetti per la
formazione degli analisti, una cultura del domandare che ascolti
invece che amministrare, nel rispetto del tratto etico di fondo:
che si va in analisi grazie all'inconscio e non contro
di lui.