Movimento di Psicanalisi Critica
Scuola di Formazione in Psicanalisi Critica
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 Alcuni frammenti dalle lezioni



Lezione 1

C’è qualcosa che funziona probabilmente da lunghissimo tempo, anche da molto prima della psicanalisi, come una specie di pendolo, un’oscillazione, qualcosa che fa ondeggiare gli esseri umani per un verso rispetto ad un pensiero che sia critico, ovvero un’interrogazione autentica intorno a se stessi, ma per altro verso alla negazione di questa possibilità. E’ un pendolo, dicevo, la cui azione o il cui movimento ha creato innumerevoli strutture di sapere e di misconoscimento del sapere. E’ la domanda che percorre da sempre l’atteggiamento dell’essere umano in rapporto a se stesso, riducibile a questi termini: «sono in grado o no, riesco a tollerare o no, un’interrogazione autentica, un esporsi autentico»?
[...]
Ricominciando, ho pensato per quanto riguarda il mio corso alla possibilità di leggere il secondo e quarto venerdì del mese alle diciotto qui con voi tutta l’opera di Freud e tutti i seminari di Lacan, incrociando questi due autori con gli scritti di Rescio. Mi ci vorrà un po’ di tempo, sono tante le cose da leggere, ma non ci spaventiamo di questo.

Ci saranno altre cose ancora, ma adesso poco conta. Perché Freud, Lacan e Rescio? Mi sembra abbastanza esplicito in ciò che ho detto finora, non si tratta soltanto di una storia, è soprattutto un destino: ovvero la possibilità che quanto questi personaggi hanno comunque creato e lasciato venga ripreso per essere possibilmente mutato ancora, rilanciato di nuovo. Non ho avuto la fortuna di frequentare Freud da vivo e nemmeno Lacan, ma la lezione di Rescio, quella sì l’ho sentita; e non era certo quella di ripetere Freud e Lacan semplicemente nel senso dell’”eterno allievo”, come articolato da Nietzsche, ma era quella di essere allievo senza sentirsi allievo.

A meno di non trovarsi nel delirio più sfrontato, è impossibile non essere allievi di qualcuno e di qualcosa, perché non nasciamo per primi, anche se so che qui il vostro narcisismo tremola un poco, ma essere allievo significa essere nel debito simbolico e onorarlo per quanto è possibile. Se si onora il debito in quanto debito simbolico, non si resta, non si ristagna nel debito immaginario, e dunque non ci si sente allievi nel senso di un meccanismo di difesa, o di una corazza che può prendere il versante della depressione, dell’aggressività, del risentimento, in ultima istanza della paranoia. Non è questa la scommessa.
[...]

La verità che qui è in causa non è soltanto la verità delle cose o l’imporsi della verità nel senso più vasto di quest’espressione, ma è sopra tutto la verità del soggetto, la verità del suo desiderio e di come si sente esposto al desiderio dell’analista. Proprio questo non è situabile con certezza, ed ecco perché non si danno delle regole di formazione appiattite su schemi, su autentiche aberrazioni chiamate ‘monte ore’ e cose analoghe. Tutto ciò non significa affatto che questa verità, la verità del desiderio dell’analista, non sia all’opera e non parli, non dica moltissime cose, ma resta che non è situabile con certezza.

Generalmente questo tratto crea disagio agli esseri umani, ma una delle condizioni più importanti nella formazione è proprio che il soggetto si faccia carico di questo disagio.

        Il problema è che la verità non ha uno statuto del tutto suscettibile di norma condivisa ed è questo che fa la differenza. Nel campo dell’analisi abbiamo a che fare con la verità ma una verità che non può più di tanto coincidere col sapere. (1)
 
        Non significa che non abbia a che fare col sapere, o che il sapere non abbia a che fare con la verità, solo che non coincidono. Ogni tanto copulano - è un’abitudine di molte cose - ma non significa che coincidano; in somma, non sono la stessa cosa, anche se la copula può illudere in rapporto a ciò.
 
    Sapere e verità hanno rapporti, ma non si tratta di relazioni suscettibili d’essere prima o poi fissati in canoni certi e sicuri. Ecco perché si torna sempre lì, nella formazione di un analista ciò che più è in gioco è appunto se stesso e soprattutto la possibilità che ha o non ha di intrattenersi con la verità che lo riguarda in prima istanza come soggetto, prima ancora di riguardarlo come verità del discorso dell’altro, e che chances infine ha o non ha l’intrattenersi con il sapere. Tenendo fermo che quest’ultimo non coincide più di tanto, se non qua e là, con l’imporsi della verità. (2)

Può sembrare inutile questo percorso, ovvero quale utilità può avere intrattenersi con un percorso di formazione che passa attraverso il sapere se il sapere non coincide mai più di tanto, se non qua e là, con la verità del soggetto in questione? Cosa potrò mai afferrare di certo e di sicuro? Eppure c’è qualcuno – ho fatto prima un certo elenco genealogico, si vede bene che buon sangue non mente - che evidentemente non rinuncia alla possibilità di intrattenersi con la formazione, con il desiderio, col sapere, con la verità di se stesso e dell’altro, senza pagare un prezzo altissimo al rischio di appiattire le cose una volta per tutte.

Può darsi che sia una passione inutile, la stessa cosa che diceva Sartre, quando scriveva che l’uomo è una passione inutile. E’ un enunciato brutto, terribile, pessimista, negativo? Non sono mai riuscito a leggerlo così, mi ha sempre dato invece una certa leggera allegria.

 Strutture del genere all’inizio non sono comode e questo lo vedete in tanti posti, per esempio nell’ambito dell’università dove l’oscillazione di quel pendolo è costante, nel senso che continuamente tutti coloro che frequentano luoghi accademici - che siano studenti o docenti - vacillano rispetto alla possibilità che la cosa sia riducibile ad una preparazione basata su una tecnica, e restano così attraversati da un malessere che purtroppo si produce e si riproduce nelle strutture.

Sarebbe più facile se la formazione di uno psicanalista procedesse secondo canoni strutturati, stabiliti e soprattutto normativi, e sarebbe pacificante che se ne incaricasse l’università, o le scuole di specializzazione, o il tirocinio o quant’altro, di modo che il soggetto finirebbe per non metterci ciò che più conta, vale a dire se stesso . (3)

 
        Ed è lì che l’anello vincerebbe la partita, ovvero gli esseri umani farebbero tante cose a tutti i livelli e di ogni tipo senza esserci, senza reperire se stessi dentro ciò che fanno.

Disgraziatamente, non è questo ciò di cui si tratta in psicanalisi e può darsi che sia una disgrazia. Quel piccolo ebreo che accoglie un certo destino forse ci ha lasciato fra le mani qualcosa di assolutamente disgraziato, non conforme e piuttosto ribelle. Ma finché s’impone questa passione c’è anche la possibilità che chi sta male possa essere ascoltato differentemente da come in genere viene non ascoltato ma trattato. Va da sé, per me, che se la condizione per l’esercizio della psicanalisi, della formazione dell’analista, è che ci sia il soggetto dentro, questa è la prima cosa che sentirà colui o colei che si rivolgerà ad un analista: se tu ci metti te stesso, nelle cose che sei, nelle cose che fai, per come ascolti e per come intervieni, per come parli, per come stai in silenzio, allora lo posso fare anche io.

            “Se io lo faccio, la mia clinica diventa un’altra cosa da quella del dolore e della sofferenza e del sintomo, diventa qualcosa che è dell’ordine del patire, nel senso che se mi faccio carico di me stesso e ci metto me stesso, ci metto qualcuno che morirà perché non è onnipotente né immortale, ma ce lo metto finalmente, non lo escludo, non lo rinnego, non faccio finta che non sia così perché se faccio finta che sia così io pago il prezzo del sintomo, della sofferenza, del disagio, del malessere dello stare male”.

1. L. Zino, Ossessioni d’amore, Seminario III, 2004-05, inedito.

2. Ibid.

3. Ibid.



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